Sunday Random (ovvero di cyborg, androidi e ginoidi)

«Ti va di andare alla Ghost in the Shell Night
«Alla cheee?»
«Alla Ghost in the Shell Night
«È come quell’altra roba che mi avevi portato a vedere?»
«Quella “roba” era Neon Genesis Evangelion e si dà il caso che sia il più grande anime di sempre.»
«La più grande palla di sempre, vorrai dire.»
«Farò finta di non aver sentito.»
«No, scusa, tu quattro ore a base di adolescenti che pilotano mech giganti e che nonostante ciò si fanno le seghe mentali su quanto dimmerda sia la loro vita come le definisci?»
«Arte? Apice del genere? Fottutissimo capolavoro dell’animazione?»
«BEEEP! Sbagliato. Si chiama rottura di coglioni.»
«Vabbé, devo interpretarlo come un no, allora?»
«Dipende. Di cosa parla questo Ghost vattelapesca
«Beh, è la storia di una squadra speciale antiterrorismo del giappone del futuro chiamata Sezione 9 e formata esclusivamente da cyborg, il cui obiettivo è combattere principalmente cyberterroristi e reati informatici.»
«Ok, vai avanti.»
«La storia, quantomeno quella del primo film, segue le vicende di Matoko Kusanagi, membro della Sezione 9, il cui corpo è interamente robotico, fatta eccezione per il cervello, il che la porta a interrogarsi quanto di umano sia ancora rima…»
«Occazzo, ecco che partono i pipponi pseudofilosofici.»
«Non sono “pipponi pseudofilosofici”!»
«Certo che lo sono, invece. Mi spiace, ma dovrai impegnarti di più per convincermi ad andarlo a vedere.»
«Scene d’azione splatterose a base di robot e androidi?»
«Che come minimo occuperanno sì e no dieci minuti nell’economia generale del film.»
«Animazione d’avanguardia?»
«Traduzione: inutili inquadrature da mezz’ora su di una pozzanghera con musica new age in sottofondo.»
«Trama che ha ispirato i fratelli Wachowski per The Matrix
«Ergo, non si capirà una minchia dal primo all’ultimo minuto.»
«…»
«…»
«Ci sono un sacco di tette.»
«Venduto.»

Ghost in the Shell 2.0

Cover-Ghost-in-the-Shell-2.0

Come facilmente intuibile, martedì sono andato alla Ghost in the Shell Night in compagnia della mia amica B (che per la cronaca non ha nulla a che vedere con il dialogo sopra riportato). In verità il film in sè (anzi i film) era solo una delle ragioni per farmi 50 e passa chilometri e raggiungere la sala a me più vicina. L’altra era la possibilità di strafogarsi di carne all’Old Wild West dell’UCI Bicocca della cara vecchia Mediolanum, il tutto al grido di “in culo al colesterolo”.

Terminato il rito pre proiezione, B ed io raggiungiamo la sala, sperando che i 20 minuti extra passati tra cosce di pollo e tacos non ci abbiano causato la perdita della scena iniziale. Preoccupazione inutile, ovviamente, visto che, come da tradizione UCI, la proiezione è iniziata quasi un’ora dopo l’orario indicato sul biglietto, roba da far smadonnare anche Ghandi al diciannovesimo trailer di film di cui non te importa una beneamata sega. Unica eccezione, il nuovo trailer di Godzilla, che tuttavia ha drasticamente calato l’hype provocatomi qualche settimana addietro dal teaser.

Va detto, ahimé, che rispetto all’Evangelion Night la sala a questo giro era pressoché vuota. Davvero, saremo stati sì e no una trentina di spettatori a voler essere di manica larga. Triste, ma anche comprensibile essendo Ghost in the Shell una serie dal minore impatto mediatico.

Sono lì che conto i presenti, che nel frattempo parte l’anteprima di Ghost in the Shell: Arise, prequel della serie ormai prossimo all’uscita. Non ci girerò intorno: Arise sembra essere nammerda galattica. Brutto il nuovo character design, brutta l’animazione di livello più televisivo che cinematografico, bruttissima la scena d’azione iniziale. Insomma, Arise ha tutte le carte in regola per essere la classica operazione commerciale priva d’anima. Spero vivamente di sbagliarmi.

A proposito di operazioni commerciali, non è che Ghost in the Shell 2.0 sia molto diverso, e qui apro una parentesi.

Ammetto di non aver mai amato le serie “ibride”, formate cioé da grafica 2D unita al 3D. Per quanto mi sforzi, proprio non riesco a farmi piacere lo stacco tra queste due tecniche. Non mancano le eccezioni, certo. Il primo anime di cui abbia apprezzato gli elementi 3D è stato ad esempio Last Exile, ma lì il 3D era limitato quasi esclusivamente ai soli mezzi aerei, il che creava comunque un certo senso di continuità negli episodi, limitando l’effetto straniante.

Discorso diverso con Ghost in the Shell 2.0. Qui il 3D è andato letteralmente a sostituire alcune scene precedentemente realizzate in 2D, il tutto senza una ragione precisa. Ad esempio, qual è il senso di trasformare da 2D a 3D la scena iniziale con Motoko che si lancia nel vuoto nuda, con tutti gli altri personaggi della scena che invece sono rimasti rigorosamente in 2D? No, davvero, spiegatemelo, perché a me sfugge.

Per il resto questa versione 2.0 rimane in tutto e per tutto come l’originale: uno dei più grandi capolavori della fantascienza moderna. Un anime che, pur non incedendo troppo sui personaggi secondari (forse unico neo della versione cinematografica rispetto al manga e alla serie TV), regala una visione d’insieme su di un futuro tanto affascinante quanto inquietante.

Insomma, il consiglio è semplice: se siete interessati a vedere per la prima volta Ghost in the Shell, rivolgetevi alla versione originale del 1995. Certo, i colori magari saranno un po’ più sbiaditi e alcune animazioni non proprio a regola d’arte, ma avrete a che fare quantomeno con un film stilisticamente coerente con se stesso dalla prima all’ultima inquadratura, cosa che invece la versione 2.0 non è per nulla.

Ghost in the Shell 2 – Innocence

Cover-Ghost-in-the-Shell-Innocence

Conclusa la proiezione del primo film partono una decina di minuti d’intervallo. B si gira verso di me e apre la bocca per chiedermi qualcosa. Terrorizzato dall’idea di una domanda sui massimi sistemi a cui difficilmente avrei saputo dare una risposta, alzo un dito per fermarla.

«Qualunque sia la tua domanda, sappi che la risposta è solo nel tuo cuore.»

B mi guarda confusa.

«Veramente volevo chiederti se anche tu hai notato quel tizio alla nostra destra che per tutto il tempo non ha fatto altro che dormire.»

In effetti, durante la proiezione, nei momenti di silenzio tra una scena e l’altra, avevo sentito un leggero “ronzio”, ma non ero riuscito a identificarne l’esatta provenienza. Ora che le luci erano accese potevo vedere la fonte del molesto rumore in tutta la sua ronfante presenza. Incurante dell’intervallo, il tizio in questione stava ancora dormendo con la testa reclinata all’indietro e la bocca spalancata, senza che i suoi amici fossero minimamente interessati a svegliarlo. In quel momento rimpiansi di non aver preso dei popcorn, così da lanciargliene uno bello grosso dritto in gola e soffocarlo. Avrei di certo fatto un grande dono all’umanità.

Ma ecco che le luci si abbassano e inizia la proiezione del secondo film della serata: Ghost in the Shell 2 – Innocence, in Italia noto anche con l’imbarazzante sottotitolo L’attacco dei cyborg (oltretutto completamente sbagliato, visto che semmai sarebbe dovuto essere l’attacco degli androidi, ma vabbé, ormai è noto come nel nostro paese i titoli vengano dati ad minchiam).

Dicevo prima di non essere un grandissimo fan del 3D unito al 2D, fatte le dovute eccezioni. Ecco, Innocence è una di queste. Di più: a distanza di anni continuo a reputarlo l’anime visivamente più bello mai visto. Perché? Perché a differenza di quell’accozzaglia di stili che è GITS 2.0, GITS 2 sceglie una strada diversa: adottare il 3D solo per ricostruire gli ambienti e gli oggetti e solo laddove esista il reale bisogno di dare profondità alla scena. La scena in cui Batou entra nel negozio e “impazzisce” è forse l’esempio migliore della maestria con cui la grafica computerizzata è stata utilizzata nel film. Qui il 3D non viene usato come semplice orpello visivo, ma per dare una dinamicità che con la tecnica 2D tradizionale sarebbe stata impossibile.

Poi sì, Innocence gode anche di una trama superlativa (per quanto un po’ troppo cervellotica nella parte antecedente il finale) e di dialoghi studiati alla perfezione (vedi la scena nel laboratorio della polizia o gli scambi di vedute tra Ishikawa e Batou su come alimentare i basset hound clonati), ma è inutile girarci attorno: questo è un anime che va visto almeno uno volta nella vita anche solo per poter capire a quali vette possa arrivare l’animazione giapponese.

PS: Dimenticavo: giunti alla fine del film, durante la scena in cui tutte le ginoidi smettono di muoversi calando la nave in un totale silenzio, nella sala si sentiva un solo rumore. Sì, il tizio alla nostra destra che russava. La prossima volta, abbuffata di tacos o meno, i popcorn li compro comunque.

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