Sunday Random (ovvero di piatti italiani e filastrocche inglesi)

Bambino! #1-3

Cover-Bambino!

Ban Shogo è uno studente universitario giapponese con la passione per la cucina, soprattutto quella italiana. Durante le vacanze primaverili, dietro consiglio del suo mentore e fresco di licenza da chef, Ban si reca a Tokyo per lavorare un paio di mesi presso uno dei locali più alla moda della città, la trattoria Baccanale, desideroso di mostrare il suo talento. Qui scoprirà tuttavia che quel pezzo di carta di cui è tanto orgoglioso non gli servirà a nulla. Il Baccanale è infatti un vero e proprio campo da battaglia, dove ogni membro dello staff è pronto a tutto pur di conquistare uno dei quattro posti da chef (uno per portata: antipasto, primo, secondo e dolce) e dove l’unica lingua parlata in cucina è l’italiano. Proprio per via della sue scarse conoscenze culinarie e linguistiche Ban verrà soprannominato Bambino, cominciando la sua lenta scalata verso la cucina professionale, anche a costo di lasciare l’università e la ragazza con cui stava per sposarsi.

Come in parecchi altri casi, Bambino! mi è stato consigliato dal buon Uriele. Quando me ne parlò, un anno fa, forse anche due, ammetto che non gli diedi grande peso. Insomma, come potrà mai interessare proprio a me, che è già tanto se non mando a fuoco la casa cucinando un sofficino, una serie ambientata quasi esclusivamente in una cucina? Come si può creare una sceneggiatura avvincente tra lonze di maiale e bucatini alla matriciana? (che oltretutto per anni ho pensato si chiamassero “all’amatriciana”) (e per “anni” intendo che l’ho scoperto questa settimana, mentre controllavo le fonti per l’articolo) (no, non è vero: l’ho scoperto oggi, e solo perché Word mi segnalava l’errore) Ma soprattutto, cosa cazzo vuoi che ne sappia un mangaka giapponese di cucina nostrana?

Inutile dire che mi sbagliavo su tutta la linea. Pur non essendo mai stato un fan del genere “slice of life”, Bambino! ha saputo conquistarmi grazie al suo equilibrio tra realismo degli eventi (questo almeno fino al terzo volume sui quindici che compongono la serie) e dinamicità delle scene. A differenza di quanto mi aspettassi, Bambino! non è infatti per nulla un manga statico. Al contrario, la regola sovrana che governa la cucina del Baccanale è “rapidità” e chiunque non riesca a reggere gli estenuanti ritmi di lavoro del ristorante non merita di lavorarci. Così il tema portante della storia diventa proprio la fatica, sia fisica che mentale, nel lavorare in una cucina professionale, un campo di battaglia, appunto, dove per sopravvivevere bisogna sapere prevedere le mosse dei propri colleghi, pena il rallentamento del ritmo e la rottura dell’ingranaggio.

In aiuto a questo senso di continuo movimento, viene lo stile di disegno. Tetsuji Sekiya è bravissimo nel passare dallo stile pulito dei momenti di calma a quello più sporco delle scene d’azione. Addirittura, così come per un’altra disegnatrice giapponese che apprezzo tantissimo, Fuyumi Sōryō, a volte si ha quasi l’impressione di stare leggendo un fumetto europeo, non fosse per la costruzione dei riquadri e alcuni rari siparietti comici con personaggi leggermente “deformati”.

Altro aspetto che non mi aspettavo di trovare è la qualità dei riferimenti culinari italiani. Al di là delle ricette più complesse, sulle quali non mi esprimo, Sekiya è sempre molto attento nell’usare i termini italiani corretti nel contesto corretto (anche se in una scena si fa riferimento a un piatto condito con del bambù che, sebbene specificato si tratti di una reinterpretazione, mi ha fatto un po’ storcere il naso).

Insomma, ancora una volta devo segnare una birra da offrire a Uriele alla prima occasione (ma tanto viviamo a migliaia di chilometri di distanza, quindi sono salvo). Nella speranza di non venire contraddetto con i numeri successivi, Bambino! è infatti il perfetto esempio di come andrebbe scritta una buona storia di formazione: intensa nel ritmo, con personaggi interessanti e soprattutto mai forzata o piena di pipponi moraleggianti. E poi, volete mettere la pacchia di leggere un manga giapponese scritto in buona parte in italiano?

The Last Colony

Cover-The-Last-Colony

Più di dieci anni sono passati da quando John Perry ha concluso il servizio nella CDF, abbandonando la carriera militare per dedicarsi a una vita “normale” assieme a Jane Sagan, clone della defunta moglie ed ex membro delle Brigate Fantasma, e alla figlia adottiva Zoe, perennemente scortata da due guardie del corpo Obin, Hickory e Dickory, che in lei vedono una sorta di dea, in quanto figlia di Charles Boutin, l’uomo che anni prima aveva tradito la razza umana fino quasi a sterminarla, ma che era riuscito a donare agli Obin una coscienza individuale. La tranquillità della sua nuova vita viene però stravolta quando il suo ex comandante chiede a lui e a Jane d’assumere il ruolo di governatori presso una nuova colonia che la CDF sta per fondare: Roanoke. Seppur con qualche incertezza, John e Jane accettano l’offerta, ma quando, assieme ad altri diecimila coloni, giungeranno sul pianeta, scopriranno che quello su cui hanno appena messo piede non è Roanoke, ma un altro mondo a loro sconosciuto e già popolato da una razza aliena per nulla amichevole. I neo coloni si troveranno così nel bel mezzo di un gioco di potere ben più grande di loro e che vede la CDF contrapporsi al Conclave, alleanza che racchiude al suo interno 412 razze aliene e il cui scopo è quello d’impedire a chiunque non sia membro del Conclave di colonizzare nuovi pianeti.

Lo so, sto diventando monotematico in fatto di romanzi. Il fatto è che sono pagato dalla Tor Books non leggevo fantascienza di qualità da parecchio tempo e ora che finalmente ho trovato un autore che soddisfa i miei gusti, beh, non riesco più a staccarmene. E così questa settimana mi sono dato al terzo capitolo delle vicende iniziate con Old Man’s War e continuate in The Ghost Brigades.

Se il secondo romanzo della serie mi aveva in parte deluso per via della presenza di un protagonista decisamente meno affascinante rispetto al John Perry degli esordi e all’utilizzo di una terza persona un po’ confusionaria, non ho difficoltà a dire di considerare The Last Colony il capitolo migliore della serie. Per usare un’espressione forse un po’ desueta, The Last Colony è il romanzo della maturità per Scalzi. Al suo interno lo scrittore americano ha infatti saputo racchiudere il meglio dei due precedenti romanzi, pur all’interno di una trama con pochissime scene d’azione (anzi, una sola a ben vedere) e un numero esorbitante di personaggi vecchi e nuovi.

Tra i graditi ritorni, il primo è senz’altro quello di John Perry quale voce narrante. Come già detto in altre sedi, Perry sta rapidamente scalando la mia personalissima classifica dei migliori personaggi di sempre. In questo romanzo, poi, la sua carica ironica viene evidenziata da tutta una serie di comprimari, a partire dalla figlia Zoe (che non si fa problemi a ricordare a ogni occasione del “leggero” divario anagrafico con il genitore) e soprattutto l’assistente indiana Savitri, unica in grado di tener testa al sarcasmo di John. Il vero elemento di novità è però rappresentato da Hickory e Dickory, le guardie del corpo aliene di Zoe. Pur essendo due personaggi sostanzialmente privi di personalità (gli Obin non dispongono infatti di una coscienza individuale, se non quella artificiale regalata loro da Charles Boutin), Scalzi è stato abilissimo nel tratteggiarne il comportamento, dando vita a due personaggi tanto minacciosi quanto involontariamente comici, come quando si mettono a progettare l’eliminazione fisica del fidanzatino di Zoe solo per poter passare più tempo con lei.

Come già scritto poco sopra, questo è il capitolo con il maggior numero di personaggi attivi, ed è proprio qui che Scalzi mostra il suo talento. Pur sfruttando un solo punto di vista, Scalzi ha saputo caratterizzare ogni attore con la dovuta attenzione, giocando con gli stereotipi o dando loro spessore a seconda delle situazioni. Il risultato è un racconto corale, dove ogni azione ha una ricaduta a livello globale (anzi, interstellare). Così, se nei precedenti romanzi, l’universo veniva visto quasi esclusivamente come un enorme campo da battaglia in perenne guerra, ora le azioni hanno lasciato posto alle parole.

Ecco, forse è proprio questo l’unico difetto del libro. In Old Man’s War e The Ghost Brigades regnava un perenne senso di pericolo, dominato da una reciproca incomprensione tra le centinaia di razze aliene che abitano la Via Lattea. In The Last Colony è invece la diplomazia la principale delle armi a disposizione dei protagonisti. Da questo punto di vista il finale appare un po’ troppo forzato e ingenuo, lontanissimo dai toni agrodolci dei precedenti romanzi. Ma a onor del vero va sottolineato che il sottoscritto è un amante dei finali tragici, quindi forse non faccio testo.

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