Sunday Random (ovvero di MMO, realtà virtuali e cloni leghisti)

«Insomma, io avevo fiducia in lui. Prima ancora di presentarci me ne avevano parlato tutti bene. Dicevano che era un tipo a posto, originale… Insomma di quelli con cui non ti annoi mai.»
«Son sempre quelli i più bastardi. Prima ti seducono con paroline dolci e con quei loro modi da tombeur de femmes, poi quando meno te le aspetti – zac! – ti pugnalano dritto al cuore senza nemmeno chiederti per favore.»
«Esatto. All’inizio era tutto un su è giù di emozioni. Poi, però, poco alla volta mi sono accorta che c’era qualcosa che non andava. Non so dire esattamente cosa, era più una sensazione…»
«Come un campanellino d’allarme?»
«Sì, proprio così. Solo che in quei momenti tu non sei lucida. Il tuo cervello è ancora narcotizzato dai primi momenti passati insieme, e così ti ripeti che quei piccoli difetti in realtà non esistono e che li vedi solo te, alla perenne ricerca di qualcosa che non va. E alla fine ti convinci che sei tu quella che ha dei problemi.»
«È proprio su questo che giocano quei bastardi: far credere alle vittime di essere loro la causa del problema.»
«Già. E sai cos’è che fa più male? Che se provi a parlarne con chi te lo aveva presentato rischi solo di rompere un’amicizia che durava da anni. E quando alla fine tutto finisce, ti ritrovi a piangere sotto la doccia o per strada ogni volta che incontri qualcuno che assomiglia a lui…»
«Su, dai, non fare così. Vedrai che presto troverai il ragazzo giusto.»
«Ragazzo?»
«Scusa, non stavamo parlando di uomini?»
«Veramente stavo parlando di Ready Player One

Ready Player One

Cover-Ready-Player-One

Anno 2044. La Terra è un pianeta allo sfascio. Sovrappopolato, inquinato come manco Taranto, senza quasi più fonti d’energia a cui attingere e con Povia riconfermato presidente della Repubblica (no, questo non c’è nel libro, ma non stonerebbe nel clima apocalittico dell’ambientazione). Per fortuna esiste Oasis, il più grande MMO mai creato, una vera e propria realtà virtuale dove non solo gli abitanti della Terra possono svagarsi, ma anche lavorare e fare acquisti. I problemi cominciano quando James Halliday, il geniale e pazzoide creatore di Oasis, muore lasciando al mondo un messaggio: chiunque riuscirà a svelare l’easter egg da lui nascosto nel gioco e suddiviso in tre parti, erediterà tutti i suoi averi, stimati nell’ordine di parecchi fantatrilioni.

Nascono così i gunters (egG hUNTERS), i cacciatori di uova. Uno di questi è Wade Watts (meglio noto come Parzival all’interno di Oasis), ragazzino di diciassette anni in leggero sovrappeso e cresciuto nel mito di Halliday. Sarà lui a svelare la prima parte dell’easter egg, diventando non solo una celebrità, ma anche il principale bersaglio della IOI, multinazionale disposta a tutto pur di aggiudicarsi la vittoria, anche a uccidere i suoi avversari.

Intendiamoci: Ready Player One non rientra tra i libri peggiori che abbia mai letto. Non ci si avvicina nemmeno. Ciò non toglie tuttavia che sia brutto. Molto brutto. A tratti persino pessimo.

Il problema non è tanto la trama standard n°638493/C ridotta a mera scusa per scrivere in realtà un trattato sulla cultura anni Ottanta e Novanta (soprattutto d’ambito videoludico). Io in quegli anni ci sono nato e per quanto li abbia vissuti nella loro fase calante, a quel periodo risalgono alcune tra le pellicole a cui sono più legato1: I Goonies, Ritorno al Futuro, Excalibur, Arancia Meccanica, Grosso guaio a Chinatown, Ladyhawke, Blade Runner, Highlander (che sì, col senno di poi era un film agghiacciante, ma coi ricordi mica ci puoi ragionare eh)… E poi la musica: Bryan Adams, Wham!, Cyndi Lauper, Depeche Mode (che non sono citati, lo so, ma sono la mia band preferita, quindi non rompete)…

No, il problema è semmai è che Ernest Cline per tutto il libro vuole dimostrare quanto piscia lontano. E vi assicuro che lui piscia molto lontano. Buon per lui. Davvero, sono sicero: Ernest, hai tutta la mia stima e non so cosa darei per possedere anche solo un decimo della tua cultura nerd. Ma per favore, piantala di prendere per il culo il lettore con deus ex machina e as you know Bob. Leggendo Ready Player One si ha infatti la sensazione che la storia sia stata sviluppata senza un chiaro progetto, se non magari nei passaggi principali. Capita così a più riprese che i personaggi si ritrovino in situazioni prive di soluzione, per saltarsene poi fuori con conoscenze o poteri di cui mai si era parlato in precedenza e – ma tu pensa che culo! – in grado di tirarli fuori dai guai. Questi trucchetti narrativi non solo sono noiosi, ma sono anche degli affronti all’intelligenza del lettore.

C’è poi un altro difetto di non poco conto: i personaggi. Nonostante il romanzo sia narrato in prima persona, Wade/Parzival rimane per tutte e quattrocento le pagine una voce intangibile. Al di là della sua cultura nerd e di qualche dettaglio sulla gioventù, di lui non sappiamo praticamente nulla. Nessun tic, nessun elemento caratterizzante, nulla di nulla. Wade è un contenitore vuoto in grado di trasformarsi, a seconda della situazione, da ragazzino ingenuo a esperto di spionaggio internazionale, passando per fine seduttore dalla battuta sempre pronta.

Ora, non bisogna essere dei novelli Freud per capire che Wade altri non è che una trasfigurazione dell’autore, che in lui riversa buona parte delle sue fantasie adolescenziali. Ciononostante dà fastidio avere a che fare di continuo con personaggi che agiscono spudoratamente in funzione del protagonista/autore. Così facendo Cline ha ridotto il suo romanzo all’equivalente di un porno per nerd. Perché questo è alla fine Ready Player One: un romanzo furbetto e ruffiano che fa leva su di una categoria precisa di lettori strappando loro più di un sorriso nostalgico. E così, sorriso dopo sorriso, rischi di convincerti che quello appena letto sia un buon romanzo (dopotutto mi ha divertito, continui a ripeterti), quando invece non hai fatto altro che leggere l’equivalente nerd di una soap opera d’infima categoria.



1 I videogiochi di quel periodo li scoprirò e apprezzerò solo molto più avanti, quando intorno ai venti comincerò a sviluppare una malsana passione per il retrogaming. [↑]

The Ghost Brigades

Cover-The-Ghost-Brigades

È passato circa un anno dalla riconquista di Coral e l’universo, tanto per cambiare, è ancora in guerra per il dominio dei pochi pianeti abitabili. Per la CDF (Colonial Defence Force) la situazione si complica ulteriormente quando viene ritrovato il cadavere di Charles Boutin, uno dei più geniali scienziati terrestri. Ma in realtà quello non è il vero Charles Boutin, bensì un clone creato da lui stesso per coprire il suo tradimento della razza umana. Mosso da ragioni sconosciute, Boutin si è infatti alleato con gli Obin, riuscendo addirittura a dar vita a un’alleanza con altre due razze aliene: i Rraey e gli Eneshan.

Per la CDF diventa quindi fondamentale ritrovare Boutin ed eliminarlo, prima che riveli tutte le sue conoscenze al nemico. Per farlo viene creata una seconda copia con impiantata la coscienza dello stesso Boutin. Ma qualcosa sembra non andare per il verso giusto durante l’esperimento e il clone si risveglia senza alcun ricordo. Jared Dirac (questo il nome dato al clone) viene così inserito all’interno delle Brigate Fantasma, unità speciale delle forze terrestri composta da cloni potenziati e dalla pelle verdastra con impiantate nella testa le coscienze di uomini e donne defunti prima dell’arruolamento nella CDF. Poco alla volta però la personalità originale di Boutin comincia a farsi largo nella testa di Jared, rendendolo sempre più consapevole delle reali ragioni del suo tradimento.

The Ghost Brigades è il diretto seguito di Old Man’s War. L’ho letto subito dopo aver finito Ready Player One, nel tentativo di riprendermi dalla precedente delusione. Cosa che ha funzionato.

Per quanto meno avvincente rispetto a Old Man’s War (colpa, a mio avviso, anche di un narratore onniscente decisamente meno interessante rispetto al John Perry del primo libro), The Ghost Brigades riesce nell’obiettivo d’intrattenere con una storia di guerra vecchio stile condita qua e là da un po’ di sana critica sociale. Così, se il romanzo precedente ruotava attorno alla domanda “Cosa rende tali gli esseri umani?”, qui la domanda centrale è “Cos’è davvero la coscienza e in che modo i ricordi influenzano il libero arbitrio?”.

Non è facile affezionarsi al personaggio di Jared. In quanto clone nato adulto, nei capitoli iniziali lo vediamo come un bambinone che muove i suoi primi passi in un’universo sconosciuto (a lui, ma non al lettore) e in perenne conflitto. Il suo è però un personaggio in (rapida) evoluzione, tanto che il romanzo prende il volo solo dopo che la personalità di Boutin comincia a emergere.

Per fortuna là dove Jared mostra i suoi limiti come protagonista, ci pensano Jane Sagan e Harry Wilson (unici personaggi di Old Man’s War presenti anche in The Ghost Brigades) a tenere alto l’interesse. Inutile dire che è soprattutto Jane a concentrare le attenzioni maggiori, o quantomeno le mie. Rispetto al personaggio descritto nel romanzo precedente, la “nuova” Jane appare più matura, più consapevole del suo ruolo nell’universo e della possibilità di una vita oltre i dieci anni d’arruolamento obbligatorio. Forse anche per questo ho temuto più per la sua incolumità che a quella del vero protagonista della storia (non me ne volere, Jared, ma Jane ha le tette, tu no).

L’aver letto a brevissima distanza i romanzi di Cline e Scalzi mi ha anche ricordato quello che cerco davvero in un libro. Chiacchierando con amici o anche in giro per blog e forum, mi è più volte capitato di dire come tra stile e contenuto io scelga il primo. Ecco perché non ho dubbi su quale romanzo scegliere tra Ready Player One e The Ghost Brigades. Per quanto il primo sia denso di elementi in grado di tenermi incollato alla pagina (e ci sono riusciti, non lo nascondo), Scalzi con il suo stile secco e diretto ha saputo emozionarmi maggiormente, nonostante l’assenza di una trama densa di chissà quali colpi di scena memorabili (anche se a un certo punto del libro…).

Eve Online e la Battaglia della Fattura

Eve-Online

Sì è parlato di MMO e si è parlato di fantascienza. Ora uniamo le cose e parliamo del più grande MMO fantascientifico mai creato: EVE Online.

Ammetto di non aver mai giocato a EVE, vuoi perché non sono mai stato un tipo da MMO, vuoi perché mi ha sempre dato l’impressione di essere un gioco che, una volta iniziato, porta la tua vita sociale ai minimi termini. E quanto accaduto questa settimana credo rappresenti la perfetta espressione di tale paura. Ma cosa è successo? Nulla di che, se non il più grande conflitto armato nella storia dei videogiochi.

Al di là dei numeri (7,548 giocatori impegnati a darsele di santa ragione per quasi un’intera giornata, con un picco di 2,670 collegati contemporaneamente) la notizia non dovrebbe suscitare chissà quale clamore. Non fosse per le ragioni che hanno dato il via agli scontri: la dimenticanza da parte di un giocatore di spuntare il rinnovo automatico per il pagamento della sovranità di uno dei settori strategici del gioco, così da rendere quella porzione di spazio nuovamente concquistabile. Il risultato è stato non solo una scazzottata con i controfiocchi tra alcune delle principali gilde di EVE, ma anche e soprattutto la perdita dell’equivalente di 11 trilioni di Isk, la valuta del gioco. E che sarà mai, direte voi, mica son soldi veri. E invece no. Perché gli Isk possono essere acquistati anche con la buon vecchia carta (di credito) e se si fa una conversione ISK-Euro arriviamo alla folle somma di 250.000€, migliaio più, migliaio meno. E pensare che fino a nemmeno un anno fa facevano impressione battaglie con perdite da “poche” migliaia di dollari. Pfft, dilettanti.

C’è anche un’altra ragione per cui questo evento ha destato il mio interesse. Giusto questa settimana, parlando di DayZ, scrivevo come i sandbox rappresentino l’unica vera forma di gioco di ruolo digitale. Quanto avvenuto su EVE ne è un’ulteriore dimostrazione. Il conflitto svoltosi lunedì rappresenta infatti la perfetta fusione tra realtà 1.0 e realtà digitale. Ai più tutto ciò potrà apparire soltanto come il risultato di migliaia di esseri umani senza vita sociale. Sarà, ma io ci vedo anche i germi di quell’utopia virtuale immaginata da Cline. E come nei migliori serial televisivi, il cerchio si chiude.

PS: Quasi a conferma del sempre più stretto legame tra realtà 1.0 e realtà digitale, Next Media Animation, studio d’animazione taiwanese noto per i suoi pacchiani filmati in computer grafica dove “riproduce” (se così si può dire) fatti di cronaca reali, ha rilasciato la sua versione dei fatti. Godetevelo, magari sorseggiando un buon chinotto.

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