Sunday Random (ovvero di granny e cagne maledette)

«Ma tu questo sabato non volevi andare a vedere Capitan Harlock
«Beh, sì. Poi però c’è stato un imprevisto…»
«Ovvero?»
«Un’e-mail.»
«Un’e-mail?»
«Sì, un invito per lo stress test di TESO.»
«Wow! E dimmi, dimmi: com’è?»
«Mi spiace, ma non posso parlarne. Nell’e-mail era specificato l’assoluto divieto di distribuire notizie o immagini al riguardo.»
«E dai, almeno qualche informazione. Giuro che non lo dico a nessuno, parola di lupetto. Dimmi, è possibile rubare qualsiasi oggetto come nel single player? Il sistema di progressione è stato modificato o è ancora basato su quanto un’arma o un’abilità vengono utilizzate? Il motore grafico quanto è stato ottimizzato? E…»
«Ho detto che non posso! Vorrei evitare di svegliarmi la notte con un khajiit intento a tagliarmi la gola.»
«Che palle… Ma almeno è divertente?»
«Cosa?»
«TESO!»
«E che ne so. Dopo un’ora mi è arrivato un invito da Steam per unirmi a una partita a DayZ e non ci ho pensato due volte.»

Old Man’s War

Cover-Old-Mans-War

Sì, il nome del blog su cui vi trovate s’ispira proprio questo romanzo. E di nuovo sì, non l’avevo ancora letto. E ora posso dire che è stato un grandissimo errore. Non leggerlo per tutto questo tempo, ovviamente.

La prima volta che qualcuno mi parlò di Old Man’s War credo risalga ad almeno due anni fa. Non ricordo chi fu il primo, ma chiunque tu sia grazie! E grazie anche a tutte le altre persone che per tutto questo tempo me ne hanno sempre parlato bene. Avevate ragione, ragazzi. Avevate dannatamente ragione.

Old Man’s War non è infatti solo un buon romanzo fantascientifico, ma uno dei più bei libri mai letti. Quanto bello? Beh, diciamo che se volete avere un’idea del mio apprezzamento, questo è riassumibile nell’immagine di me stesso in treno il primo gennaio, circondato da passeggeri con ancora i postumi del capodanno che mi guardano malissimo mentre rido come un’idiota leggendo scene di sesso tra arzilli settantacinquenni freschi di arruolamento nell’esercito e che si accingono ad andare a spaccare culi alieni, il tutto aiutati dai loro “BrainPals” (computer installati direttamente nel cervello) rinominati Asshole, Bitch, Dickwad, Fuckhead e Satan. Ok, detto così non si capisce molto. Ecco quindi la trama in breve.

John Perry è un anziano vedovo che il giorno del suo settantacinquesimo compleanno decide di arruolarsi nel CDF (Colonial Defense Forces), unità militare del futuro che ufficialmente difende le colonie terrestri dalla minaccia aliena, ma il cui operato è in verità avvolto nel mistero. La stessa ragione per cui la CDF arruoli esclusivamente persone che abbiano compiuto settantacinque anni, non uno di più non uno di meno, è sconosciuta. L’unica spiegazione logica è che tale forza disponga di una tecnologia tale da far ringiovanire la gente, che è poi la ragione principale per cui il buon John decide di arruolarsi. Ma la verità è però un po’ diversa: la CDF non è infatti in grado di far ringiovanire le persone, ma soltanto di trasferirne la coscienza all’interno di cloni verdarstri geneticamente modificati. Così John Perry, assieme a un nutrito gruppo di anziani conosciuti durante l’arruolamento (gli Old Farts, Vecchie Scoregge), partirà alla volta dello spazio per un periodo di coscrizione di almeno dieci anni, durante i quali scoprirà gli orrori della guerra e vedrà mutare molte sue convinzioni sul concetto stesso di “umanità”.

Prima ancora della storia, la quale ricalca i romanzi di “formazione bellica” in stile Starship Troopers, ad avermi colpito di questo romanzo è lo stile. Chi mi conosce sa bene come il mio autore preferito sia un certo Richard Matheson, un signor Nessuno che di limpidezza e sobrietà formale ha fatto il suo marchio di fabbrica. Ecco, in Old Man’s War ho ritrovato proprio quel medesimo stile (seppur condito da qualche avverbio di troppo). Scalzi non cerca di sorprendere il lettore con frasi ricercate o trame contorte. Al contrario, costruisce un romanzo di una linerità assoluta dove ogni nuovo mistero viene preceduto dalla spiegazione di quello precedente.

Un altro merito di Scalzi è poi la sua straordinaria capacità nel caratterizzare i personaggi. Ognuno ha una voce, un comportamento e dei tic ben precisi, tanto che è sempre un piacere leggere i dialoghi tra gli Old Farts, anche quando questi sono conditi da infodump. Su tutti è però proprio John Perry quello che rimane maggiormente scolpito nella mente del lettore, e non solo perché sua è la voce narrante. John è ironico, intelligente e dotato di un sarcasmo che in più di un’occasione vi farà piegare in due dalle risate. Questo almeno nella prima metà del romanzo, perché man mano che la storia procede le tinte si faranno sempre più cupe e la comicità dei primi capitoli lascerà il posto al dramma della guerra.

Non voglio dilungarmi troppo, anche perché vista la brevità del romanzo (duecento pagine scarse) è davvero difficile evitare spoiler. Il mio consiglio è quindi uno e trino: leggetelo, leggetelo, leggelo. In italiano il libro è distribuito dalla Gargoyle Books con l’assurdo titolo di Morire per vivere (maporcaputtanaperché?), ma anche in inglese non vi creerà alcun problema vista la semplicitià di scrittura di Scalzi.

August Eighth

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Vi siete mai chiesti come sarebbe stato La vita è bella se Benigni, invece che far credere al figlio che il campo di concentramento era un grande gioco con un carroarmato vero come premio finale, gli avesse raccontato che la guerra non era contro i nazisti ma contro dei ferocissimi robot giganti? Ecco, nemmeno io. Però nella grande madre Russia sì!

La trama di August Eighth racconta infatti di una madre degenere, tale Kseniya, che decide di spedire il figlio, un ragazzino con la fissa per i robot, tanto da immaginarne la presenza in ogni dove, dall’ex marito in Georgia per poter così andare a farsi una vacanza con il nuovo compagno. Peccato solo che la cretina non si sia premurata di controllare la situazione geopolitica nel paese, ormai sull’orlo di una guerra con la Russia. Per fortuna prima della partenza Kseniya ha un lampo di lucidità, e così decide di andare a recuperare il bambino, ritrovandosi nel bel mezzo di quella che passerà alla storia come seconda guerra in Ossezia del Sud. L’unico modo per salvare il figlio, rimasto gravemente ferito e solo a seguito dell’uccisione del padre, si rivelerà quindi fargli credere via telefono che il suo amico robot sta arrivando a salvarlo.

Ho scoperto dell’esistenza di questo film appena due giorni fa tramite un tweet di Hideo Kojima che lo definiva una delle pellicole più belle viste l’anno scorso. Buon per lui, ma per quanto mi riguarda non è così. Non che August Eighth sia un film da buttare completamente via. Anzi, in certi suoi aspetti è pure un gran bel film: le scene d’azione sono tutte ottimamente coreografate, i personaggi secondari sono discretamente caratterizzati e la storia è interessante quel tanto che basta a non farti addormentare. E allora qual è il problema?

Il problema è lei: Svetlana Ivanova, la protagonista. Al di là che una Strafiga Megagalattica® di 26 anni come la Ivanova nei panni di una madre con un figlio a cui manca poco per arrivare all’età delle pugnette alla pubertà è credibile quanto Pozzetto nella publicità di OroCash, qui il problema è che ‘sta tizia per due ore e passa non cambia mai, mai, MAI espressione. Che stia ridendo, piangendo, correndo per evitare di farsi trivellare da una mitragliatrice o simulando un orgasmo in un ascensore pieno di gente, il volto della nostra Strafiga Megagalattica® è sempre un misto di “oddio, mi scappa la pipì” e “ma l’ho spento il gas a casa?”.

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Svetlana-Ivanova

Il fatto è che se August Eighth si fosse limitato a voler essere un film di guerra ignorante privo di tutta l’assurda storia della madre, portata avanti a colpi di deus ex machina e forzature varie, ci saremmo trovati di fronte a una pellicola fantastica. Persino le scene più smaccatamente propagantistiche, con un Putin bello come il sole e risoluto come solo un Grande Presidente™ può essere, non mi hanno dato fastidio. E invece no: per attirare pubblico al cinema (cosa peraltro non riuscita, visto che il film si è rivelato un flop ai botteghini) Dzhanik Fayziev, il regista, ha voluto a tutti i costi inserire drammi da soap opera argentina e robottoni, con tanto di trailer furbetto che spaccia un film “storico” per un’opera fantascientifica.

Vabbé, poco male. Il mondo è pieno di film mediocri e August Eighth non ne è nemmeno il peggiore della serie. Rimane tuttavia un dubbio: a Koji’, ma che diamine ti eri fumato per dire che questo è uno dei più bei film visti nel 2013?

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