Sunday Random (ovvero di hobbit e fantascienza)

«Cos’hai fatto questa settimana?»
«Mah, ho visto cose, letto altre cose… Poi la domenica mattina l’ho passata sotto la doccia in posizione fetale a piangere e gridare “perché?!”. Insomma, il solito.»

Lo Hobbit – La Desolazione di Smaug

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Caduta spoiler

ATTENZIONE!
CADUTA SPOILER

Sarò sincero: Lo Hobbit – La Desolazione di Smaug ha saputo sorprendermi.

Dopo il primo, orribile capitolo, ero andato al cinema con le peggiori aspettative, pronto a sorbirmi altre due ore e mezza di scene diluite e filler a più non posso. E invece no. Jackson (che oltretrutto ci regala il suo bel faccione subito nella prima inquadratura) è riuscito ad andare oltre, lasciandosi alle spalle le incertezze e le ingenuità del passato. Guardando questo secondo capitolo ho avuto l’impressione che il regista neozelandese avesse finalmente ben chiara la direzione da prendere. Il Jackson de La desolazione di Smaug è insomma un regista sicuro di sé, cosciente di ogni inquadratura, di ogni singolo cambio di trama rispetto al libro; insomma, un uomo con le idee chiare.

Ecco perché, come già detto poco sopra, La Desolazione di Smaug ha saputo sorprendermi, regalandomi quello che meno mi aspettavo: uno dei film più brutti della storia del cinema. E quando dico “brutto”, non intendo brutto alla Godzilla di Emmerich, ma ai livelli di Battaglia per la Terra o di un film a caso della Asylum. Anzi, no, i film della Asylum sono decisamente meglio, visto che quelli sono brutti per esplicita volontà di essere brutti. Insomma, con questa pellicola Jackson mi ha portato a rivalutare quella ciofeca de Un viaggio inaspettato.

Chiariamolo subito: il sottoscritto non appartiene a quella schiera di talebani che inorridisce di fronte al benché minimo cambiamento di trama, tutt’altro. Se vado a vedere una trasposizione, è perché voglio vedere un diverso punto di vista, anche se ciò va a stravolgere lo spirito originale (che è una delle ragioni per cui difenderò sempre con tutte le mie forze lo Starship Troopers di Verhoeven). Il problema è semmai quando le parti “nuove” sono l’equivalente di un ursino alto due metri e largo tre che prima ti accarezza dicendoti che sarà un amante tenero e poi, quando meno te l’aspetti, ti tira giù i pantaloni e ti sbatte a novanta gradi sul tavolo mentre afferra un birillo da bowling.

Davvero, mi è difficile salvare anche un solo fotogramma di questo film, tra Gandalf che combatte contro Sauron in una riproduzione dello scontro finale tra Gohan e Cell, Kìli che ha una tresca amorosa con la Kate di Lost (che oltretutto recita da cani), mascellone Legolas che saltella per lo schermo facendo più fatality lui di Sub-Zero e Scorpion messi insieme e una Terra di Mezzo delle dimensioni di Casalpusterlengo. Sì, poi ci sarebbe quella faccenda del drago che tutti dicono ultraipergigafantasticoso. Ma la verità è che no, Smaug da solo non vale il prezzo del biglietto, ridotto com’è a una macchietta incapace d’incutere il benché minimo terrore e talmente stupido da portarti a chiederti come diamine sia riuscito a sconfiggere ben due eserciti anni prima.

Al di là però scene che pisciano fuori dal vaso (quella delle botti su tutte, a tratti ridicola, soprattutto nel passaggio con protagonista Bombur) e di dialoghi così brutti da farti sanguinare le orecchie, il problema di questo film è che tutto sembra, anzi è finto, e non per via dell’ormai arcinota questione dell’HFR (oltretutto io nemmeno l’ho visto in HFR il film), quanto per l’uso esagerato di green screen e ambienti in computer grafica. Uno degli aspetti che ancora oggi ricordo con maggior piacere nella trilogia de Il Signore degli Anelli era infatti la “solidità” dei luoghi resi a schermo. Erano veri, tangilibili, in una parola: reali. Così non è ne Lo Hobbit.

Per come la vedo io, gli effetti speciali migliori sono quelli che non si vedono. Al contrario, a questo giro Jackson decide di schiaffarteli in faccia al grido di “Guarda, spettatore, dove abbiamo buttato i nostri milioni di dollari! Lo vedi il green screen? Eh, lo vedi?! E ora sgancia i soldi del biglietto, stronzo!”. Facciamo un esempio pratico. Ricordate la scena de La Compagnia dell’Anello con lo scontro tra Gandalf e Sauron? Ricordate qualche lucina sparaflesciosa? No, perché non ce n’erano e nemmeno ce n’era bisogno, dato che allo spettatore bastava vedere gli effetti dei poteri dei due stregoni e non la fonte. Ora non più, e così quando Gandalf affronta Sauron è necessario creare attorno a lui una (pessima) sfera d’energia per palesarne il potere. Dio che tristezza…

Insomma, anche se ormai sono passate due settimane dalla sua uscita e ormai il danno è fatto, non posso che scongliare la visione di questo film. Anzi, come direbbe Gandalf: fuggite, sciocchi!

Orfani #3 – Primo sangue

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Passiamo alla carta stampata.

Letto il terzo numero di Orfani, che continua il suo lento percorso verso la trasformazione in un fumetto quantomeno decente. Primo sangue da Non per odio ma per amore riprende infatti lo sviluppo attorno a un tema portante (anzi, in questo caso attorno a un personaggio: quello di Pistolero/Ringo, o Black Ranger/Oreo se preferito la rinominazione made in OGW), senza tuttavia prestare il fianco alla marea di scene prive di senso logico, quando non proprio stupide, dei primi due numeri.

Peccato che il volume in questione risulti anche il più noioso tra quelli finora pubblicati, con un numero di eventi ridotto all’osso e addirittura una scena d’azione copia-incollata nel suo sviluppo (e non nei disegni, sia chiaro) da quanto visto nel primo volume. L’impressione avuta è però che il problema principale questa volta non dipenda tanto da una cattiva gestione dei tempi narrativi, quando più dall’amata/odiata gabbia bonelliana, che in alcuni punti costringe i degnatori a impegnare più vignette per poterci far stare i pur scarni dialoghi.

Tornano poi tutta una serie di rimandi e citazioni, da Star Wars a Portal, passando per la scena della vasca rigenerante dove a mio avviso la risposta più ovvia (Starship Troopers film) non è quella corretta (L’Impero colpisce ancora). Rimane tuttavia quanto già detto in relazione ai primi due volumi: quando un’opera si proclama così “rivoluzionaria” da dover lasciarsi andare al giochino dei rimandi ogni tre per due, allora sorge la netta sensazione che qualcuno dall’altra parte ti stia sonoramente prendendo per il culo.

Voglio però spezzare una lancia a favore di Orfani: se questo terzo numero l’ho trovato così noioso, la colpa forse risiede più in meriti altrui, che in demeriti suoi. Questa settimana infatti sono incappato per puro caso in un manga giapponese sempre a tema fantascientifico che dire che mi ha rapito è dire poco. Il suo titolo è…

Moonlight Mile

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Succede che decidi di provare la demo di un simulatore di “ingegneria spaziale” e quella demo ti piace. Ti piace così tanto che decidi di voler dare fiducia al suddetto gioco e acquistarlo nonostante sia ancora in fase di sviluppo. Succede poi che quel gioco ti prende a tal punto da volergli dedicare un articolo. Solo che tu d’ingegneria spaziale e di fisica dei materiali ne sai tanto quanto ne sa Emanuele Filiberto di musica, e così ti metti a gironzolare su mamma Internet alla ricerca di un po’ di materiale, quel tanto che basta a farti capire quanta libertà si sono presi i programmatori e quanto alto sia invece il tasso di realismo. Senza sapere come, finisci su di un forum di fumetti, dove un tizio, parlando della Stazione Spaziale Internazione, cita tale Moonlight Mile, manga di cui mai avevi sentito parlare prima d’allora. Ed è così che è nata una bellissima storia d’amore.

Gli incontri casuali sono sempre i più belli, perché non si nutrono di aspettative e come tali ti attraggono per quello che sono realmente. Così è successo anche con Moonlight Mile, che senza difficoltà posso definire uno dei più bei manga mai letti (almeno fino al volume a cui sono arrivato, il sesto). La trama di partenza è molto semplice. Goro Saruwatari e Jack F. Woodbrigde detto Lostman, originari rispettivamente del Giappone e degli USA, sono due amici con la passione per l’alpinismo e le belle donne. A soli ventitré anni decidono di scalare il monte Everest, ultimo picco che manca alla loro collezione. Al termine di una tragica risalita, Goro e Lostman alzano lo sguardo verso il cielo, dove intravedono la Stazione Spaziale Internazionale. Senza più mete da scalare, decidono da quel momento di fare il possibile per raggiungere l’unico luogo senza limiti: lo spazio.

I due seguono però percorsi diversi. Lostman si arruola nell’aeronautica, mentre Goro si dedica all’ingegneria edile, specializzandosi nell’utilizzo di grosse gru. Nel frattempo, il governo degli Stati Uniti annuncia il programma Nexus, il cui scopo è di creare una base stabile sulla Luna da cui estrarre l’Elio 3, elemento in grado di risolvere la fame d’energia dell’intero pianeta Terra per secoli e secoli. Parte così il più imponente programma spaziale di sempre, il quale avrà bisogno non solo di astronauti professionisti, ma anche e soprattutto di civili con conoscenze specifiche nei campi delle costruzioni e dell’estrazione dei materiali. Lo sfruttamento dell’Elio 3 porta tuttavia anche a uno scombussolamento degli equilibri mondiali, con i paesi arabi e il loro petrolio messi in un angolo e le nuove potenze economiche (Cina in primis) che guardano al progetto Nexus con sospetto, considerandolo più una minaccia che una risorsa.

Cos’è che mi sta piacendo di questo fumetto? In breve: il suo essere (quasi) sempre credibile nello sviluppo degli eventi internazionali. Moonlight Mile è infatti un’opera “corale”, dove le azioni dei singoli portano a conseguenze a livello globale. In tal senso Otagaki è molto bravo nel dipanare una storia alternativa plausibile, tanto da prevedere addirittura una seconda guerra del Golfo con quattro anni d’anticipo (il primo numero è del 1999). Allo stesso tempo, nei primi volumi gli eventi si sviluppano un po’ troppo rapidamente, con continui salti temporali volti a portare la storia al 2013, anno da cui parte la trama principale.

Tanto è alta l’attenzione alla trama, quanto un po’ superficiale è invece la caratterizzazione di alcuni personaggi. Quelli femminili vengono infatti quasi sempre relegati al ruolo di amanti dei protagonisti, mentre gli stessi Goro e Lostman soffrono della “sindrome del protagonista”, presentati cioé come due uomini fuori dal comune sia a livello fisico che intellettivo. L’immedesimazione nei loro confronti è quindi molto difficile, per non dire impossibile, ma ciò passa in secondo piano di fronte alla bontà della trama.

Altro motivo per cui sto adorando alla follia questo manga sono i disegni. Anche qui Otagaki opta per uno stile realistico, tanto che in alcuni punti non sembra nemmeno di stare leggendo un fumetto giapponese. Le strutture in particolare sono rese con un livello di dettaglio che ha del maniacale, anche quando si ha a che fare con elementi immaginati da zero come mech e astronavi.

Un’ultima nota. Come riporta anche il bollino sulla copertina, Moonlight Mile è un fumetto rivolto a pubblico adulto, non solo per la complessità della trama, quanto anche per la presenza di scene di sesso esplicito. E intendo veramente esplicito (non ai livelli da manuale di ginecologia degli hentai, ma poco ci manca). Occorre però una precisazione. In giro per la rete ho letto parecchi commenti di gente scandalizzata da tali scene, additate come  bieco espediente per attirare frotte di lettori in crisi ormonale. Il che è anche vero. Tuttavia, dopo il quarto volume tali scene scompaiono del tutto, portando a un miglioramento generale della storia.

Sì, l’ho detto. Non credevo sarebbe mai successo. Mi sa tanto che sto invecchiando…

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