Psy*Run #3 (ovvero di beach boys e teste che esplodono)

Psi-Run

ATTENZIONE: Quello che segue NON è un (brutto) racconto, ma la trascrizione a grandi linee della mia prima sessione di gioco a Psy*Run con un paio di amici al seguito. Se volete saperne di più QUI  e QUI trovate le prime due “puntate” con relativa spiegazione delle regole di base. Detto questo…

Previously on Psy*Run…

2030. Malthus è un ragazzo di 28 anni con la capacità di leggere i pensieri altrui, a prescindere che lo voglia o meno. E a dirla tutta, lui non lo vorrebbe affatto.

Un giorno però Malthus si sveglia tra i rottami di una carrozza dell’hyperloop di Dubai assieme a una ragazzina di quindici anni in grado di teletrasportarsi in qualsiasi luogo memorizzato nella sua testa e a cui non piace essere anche solo sfiorata. Entrambi non hanno idea di come siano finiti lì. L’unico legame con il loro passato è il biglietto da visita di un sexy shop di Dubai e una sorta di chiavetta USB a forma di croce estratta dal petto dell’uomo che guidava la carrozza prima dello schianto.

Inseguiti da una misteriosa organizzazione composta da uomini e donne che parlano tutti con la stessa identica voce androgina, Malthus e la ragazzina si addentrano tra le vie di una Dubai multietnica e divisa in quartieri controllati ognuno da una confederazione continentale diversa. Durante la fuga, i due entrano in un bar, ma il proprietario riconosce i loro volti, immortalati dalla telecamera di un giornalista accorso sul luogo dell’incidente. I due si chiudono allora nel bagno del locale, alla ricerca di una possibile via di fuga.

Qui Malthus ha un’idea di merda geniale: mostrare alla ragazzina il biglietto da visita del sexy shop, dove è presente una foto dell’esterno del locale, chiedendole di portarli lì sfruttando il suo potere. Si tratta però di uno sforzo troppo grande per la ragazzina, che finisce così per teletrasportare non solo loro due, ma l’intero bagno del bar.

E ora la seconda parte della storia…

Loki popcorn GIF

Quando apro la porta del bagno per poco non vengo investito da un tizio in scooter che mi saluta mandandomi a fanculo. In verità non ho idea di cosa abbia detto esattamente, ma il dito medio alzato mi fornisce qualche indizio al riguardo.
All’altro lato della strada la sobria insegna al neon del “Good Vibrations” (con tanto di seni extra large al posto delle O) illumina il marciapiede di viola.
«Non ho idea di come tu ci sia riuscita, ma ce l’hai fatta» dico, girandomi.
La mocciosa è distesa a terra, gli occhi ribaltati all’indietro. Subito m’inginocchio per aiutarla, ma lei tenta di allontanarmi.
«No, non mi toccare…  Ce la faccio… da sola.»
«Non dire stronzate. Non ti reggi nemmeno in piedi.»
«Ho detto che ce la faccio!»
La mocciosa mi spinge via. Con le braccia fa forza sulla tazza del water per rialzarsi in piedi, ma perde l’equilibrio e mi crolla addosso.
«Ok, forse questa volta non ce la faccio…»
«Te ne sei convinta finalmente. Ascolta, hai bisogno di riprendere fiato. Quindi ora ti porto dentro al locale e ti riposi tutto il tempo che vuoi. Tu cerca solo di non darmi un calcio nelle palle, siamo intesi?»
«Non hai un piano B?»
«Temo di no.»
Con un braccio cingo il fianco della mocciosa, mentre con l’altro la sollevo all’altezza della ginocchia. Uscito dal bagno, ad attenderci c’è un nutrito gruppo di curiosi. Alcuni fanno delle foto, altri si mettono addirittura ad applaudire pensando a un trucco di magia o a quache trovata publicitaria.
«Grazie, grazie. Prossimo spettacolo alle 18, sempre qui» dico, mentre mi faccio largo tra la gente fino a raggiungere il sexy shop.

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Spinta la porta d’ingresso vengo raggiunto da un intenso odore di aria stantia mista a cleenex usati. Il locale è buio, illuminato giusto da alcune “luci d’atmosfera” dai toni rossastri.
«Ma tu guarda chi tornato dal buon Jamal!» Da dietro il bancone vedo un tizio vienirmi incontro. «Malthus, amico mio, passato parecchio da ultima visita.»
Dando fondo a tutte le mie capacità recitative, mi sforzo d’assumere un’aria naturale. «Jamal… Sì, scusa, ma ho avuto un po’ da fare nell’ultimo periodo.»
«Vedo, vedo» fa Jamal, lanciando un sorrisetto alla ragazza stretta tra le mie braccia. «Tuoi gusti diventati più raffinati a quanto pare. Oh, tranquillo, tranquillo. Jamal non giudicare mai suoi clienti. Solo io avvisa: Angelique sarà gelosa se vedere te con un’altra. E niente è peggio di un angelo incazzato. O di una donna incazzata, che forse essere pure peggio.»
«Sì, sono d’accordo… Ascolta, Jamal, ho bisogno di un favore. La mia amica non si sente molto bene. Non avresti un posto dove possa riposarsi qualche minuto?»
«Ma certo, certo! Tu può usare mio ufficio. Da questa parte. Seguire, seguire.»
Jamal ci strada fino a una stanza dietro al bancone.
L’ufficio è piccolo, giusto lo spazio per una scrivania e un vecchio divano-letto macchiato in più punti. La mocciosa fa finta di non guardare mentre la distendo.
«Io lasciare soli. Fate pure come a casa vostra. O come in motel se preferite.»
Jamal richiude la porta sghignazzando.

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«A quanto pare abbiamo un cliente di lunga durata qui» fa la mocciosa, piegando le labbra a metà tra un sorriso e una smorfia di dolore.
«Anche se fosse? Non c’è niente di male nella pornografia. Sono le persone a cui non piace quelle ad avere dei problemi.»
«Sarà…»
«Piuttosto, come ti senti?»
«Ho la testa che mi gira, ma credo che sopravviverò.» La mocciosa infila una mano in tasca e tira fuori la presunta unità di memoria a forma di croce. «Ora resta solo da decidere la nostra prossima mossa.»
«Dubito che Jamal abbia un computer in grado di leggere quel coso.»
«E la tua amichetta, invece? Mi sembrava di ricordare che ti avesse lasciato un numero di telefono.»
Scuoto la testa. «Quano ho visto il messaggio ho pensato anch’io di chiamarla per cercare di mettere un po’ di ordine in questo casino, ma ora non ne sono tanto convinto.»
«Che intendi?»
Mi avvicino alla porta e la apro leggermente per controllare che nessuno ci stia ascoltando. Per fortuna Jamal è intento a parla con un cliente indeciso tra l’acquisto di Battle AnàlHairy Peter and the prisoner of Ass-ka-bang. Richiudo la porta e mi siedo sul bordo del divano. «Quando eravamo al bar ho avuto un altro flashback. Ho visto come ho conosciuto Angelique, proprio qui, in questo locale.»
La mocciosa si tira sù. «Ehi, prima che continui, ti ricordo che sono minorenne e vorrei continuare a vivere quest’età dell’innocenza senza l’immagine di te che fai sesso con una puttana su questo divano.»
«Tranquilla, non corri questo pericolo.»
«E allora qual è il problema?»
«Non posso dirlo con assoluta certezza, ma penso che sia stata Angelique a tradirci. O quantomeno a tradire me. L’ho vista che mi osservava da oltre un vetro, con me disteso sul lettino di un ospedale, legato a polsi e caviglie.»
«Sicuro che non fosse qualche club per sadomaso?»
«Penso di conoscere la differenza.»
«Su questo non ne dubito.» La mocciosa si alza in piedi. Sembra stare meglio ora. Forse persino troppo. «Quindi cos’hai intenzione di fare?»
«Non lo so. Di sicuro non di chiamarla per dirle dove ci troviamo.»
«E perché no?»
«Devo anche spiegartelo?»
«No, aspetta. Potremmo sfruttare la cosa a nostra vantaggio. Pensaci bene: non credo sia un caso che entrambi non ricordiamo nulla del nostro passato, e di sicuro i nostri inseguitori sono ancora convinti di poter sfruttare questa nostra “amnesia” a loro vantaggio. A meno che non ribaltiamo le carte in tavola. Perché ora siamo noi a sapere qualcosa che loro ignorano.»

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«Vai avanti…»
«Ok, l’idea è questa: tu ora vai di là e vedi di scoprire dove possiamo trovare questa Angelique. Nella tua visione l’hai per caso vista anche in qualche altro posto oltre all’ospedale di cui parlavi?»
«Sì, a casa sua.»
«Perfetto. Allora è proprio lì che noi andremo.»
«E se lei ci stesse aspettando?»
«Non lo farà, perché lei in quel momento sarà qui a cercarci. Ti ha lasciato un numero, giusto? E allora perché non la chiami dicendole di correre da te?»
La mocciosa mi fissa con aria trionfante. Sì, l’idea è buona. Di certo più della mia di teletrasportarci in giro per la città con solo una foto come coordinata GPS.
«D’accordo, ci sto. Tu aspettami qui.»
Esco dall’ufficio di Jamal e mi guardo attorno. Trovo il mio “amico” intento a sistemare gli scaffali dei vibratori.
«Oh, Malthus. Come stare tua amica?»
«Molto meglio, grazie. Senza ti te non avrei saputo come fare.»
«Oh, figurati, figurati. Sempre piacere aiutare clienti migliori.»
«Ascolta, Jamal, mi sento in imbarazzo a dovertelo chiedere, ma avrei bisogno di un altro favore.»
«Dimmi, dimmi.»
«Ho bisogno di chiamare Angelique. Posso usare il tuo telefono? Nella fretta ho dimenticato il mio a casa.»
«Tu non chiedere neppure. Per me è un piacere aiutare amici. Soprattutto quelli che spendono molto in mio negozio.»
Jamal mi passa il suo cellulare, ridacchiando. Lo ringrazio e compongo il numero. Dopo un paio di squilli mi risponde una voce femminile.
«Jamal, te l’ho già detto. Oggi non vengo a fare il doppio turno. Trovati un’altra ragazza.»
«Angelique? Ciao, sono Malthus.»
«Malthus? Ma cosa… Ti ho cercato negli scorsi giorni. È da quasi una settimana che sei sparito. Che ti è successo?»
«Sì, scusa… C’è stato un problema, o almeno credo. È tutto molto confuso…»
«Ma tu stai bene?»
«Sì, sì. Sto bene. Però ho bisogno di vederti. Sono al negozio di Jamal in questo momento. Potresti raggiungermi?»
«Come no! Un quarto d’ora e sono da te. Tu aspettami e non muoverti per nessuna ragione.»
«Sì, d’accordo. Grazie, Angelique.»
Chiudo la chiamata e torno da Jamal per ridargli il telefono.
«Grazie amico. Ascolta, ho un dubbio. Dov’è che abita Angelique? Sai, è passato un po’ di tempo dall’ultima volta che l’ho vista e l’orientamento non è mai stato il mio forte.»
«Visita a domicilio, eh? Tu sapere che c’è sovrapprezzo per cose a tre, vero? Ah, gioventù e soldi! Quanta invidia.»
«Quindi l’indirizzo?»
«Sì, sì, giusto. Se non cambiato, Angelique vivere ancora a numero 44 di Tunis Road.»

IO: «Ok, voglio usare il mio potere.»
S: «Per fare cosa?»
IO: «Voglio essere sicuro che Jamal non mi stia mentendo. Non dovrebbe essere troppo difficile considerando che il negozio è quasi vuoto.»
S: «Molto bene, estrai i tuoi numeri.»
Infilo la mano nella scatola, e per la prima nell’intera sessione per me è una Caporetto, con nemmeno un numero sopra il 3. Non solo così fallisco nel mio obiettivo, ma sono pure costretto a rinunciare a un ricordo. Inoltre, come se non bastasse, il mio personaggio scatena i suoi poteri, ovvero causa un tale numero di danni da attirare anche l’attenzione del papa. Ah, e poi ci sarebbe un’ultima questione…
IO: «Scusa, S, ma che senso ha suddividere le ferite tra permanenti per il resto della partita e permanenti per il resto della sessione?»
S: «Significa che se scegli la seconda opzione, qualora stasera non finissimo la partita, alla prossima sessione il tuo personaggio non risulterebbe più ferito.»
IO: «Sì, quello l’avevo capito. Quello che intendo dire è che è una regola stupida. Una “sessione di gioco” non è infatti un’unità di tempo definita come invece sono la partita o il singolo turno. È un valore che dipende esclusivamente dal tempo libero del party, ovvero un elemento esterno alla narrazione.»
S: «Ehi, non prendertela con me. Mica l’ho scritto io il regolamento.»
IO: «Lo so. È solo che secondo me questa è una grossa falla.»
S: «Vabbé, cos’hai deciso di fare alla fine? Danno permanente o solo fino alla fine della sessione?»
IO: «Guarda, anche se si tratta dell’opzione peggiore per il mio personaggio, scelgo il danno permanente. È l’opzione più credibile.»
S: «Molto bene. Che sangue e mutilazioni ricadano su di te, allora!»

Mentre Jamal mi parla, mi sforzo di concentrare il mio potere sui suoi pensieri. Ma qualcosa va storto. La mia solita emicrania si fa all’improvviso intensa come non mai. La vista si sfuoca e comincio a barcollare, tanto da dovermi aggrappare a una mensola per non cadere a terra. Anche Jamal sembra non stare bene. Dalla sua testa mi giungono solo grida di dolore e immagini distorte. Poi un lampo acceca la mia vista e tutte le persone nel negozio si portano le mani sulle orecchie. Con uno sforzo immane cerco di raggiungere il bancone, quando le vetrate del negozio esplodono e anche i passanti sul marciapede crollano a terra. Apro la bocca per gridare, per dire alla mocciosa di scappare, ma non riesco a sentire la mia voce; non sento nulla.
Un braccio mi afferra alle spalle e quando mi giro vedo il volto di Jamal tumefatto. Le guance si sono gonfiate come quelle di un rospo, così come gli occhi e la fronte. Jamal dice qualcosa che non comprendo, fino a che la sua testa e quella di tutte le altre persone presenti nel negozio e per strada non esplodono in un prolufio di sangue e cervella.

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Chiudo gli occhi per cinque secondi e poi li riapro, sperando con tutte le forze che quella appena vista fosse solo un’altra visione.
Ma non è così.
Il sexy shop sembra diventato il set di un film horror, e il marciapede all’esterno non è da meno, con decine di corpi privi di testa riversi sul cemento.
La porta dell’ufficio – dell’ex ufficio – di Jamal si apre.
«Hei, ho sentito qualco…»

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«Ma che cazzo…»
«Suppongo che dire “non è come pensi” serva a poco, vero?»
«Sei stato tu?»
«Preferirei avvalermi della facoltà di non rispondere.»
La mocciosa gira attorno al bancone con gli occhi sbarrati. «Mi ero distesa di nuovo sul divano quando ho avuto quello che pensavo un sogno…» Con la punta di un piede spinge il corpo esanime di un cliente per poter passare senza doverlo saltare. «C’eri te; e credo anche quella donna, Angelique. Ho visto casa sua e tante altre cose che avrei preferito di gran lunga ignorare. Dici che è legato a… questo
«Non lo so. Stavo solo cercando di leggere nella testa di Jamal. Poi ho cominciato a sentire un forte malditesta e… Oddio, non so nemmeno come spiegarlo. Ho però scoperto l’indirizzo in cui vive Angelique. Si trova…»
«Al numero 44 di Tunis Road.»
Ora sono io ad essere senza parole. «Come lo sai?»
«Perché l’ho visto e so dove si trova. Forse quando hai tentato di usare il tuo potere hai ottenuto l’effetto contrario, e così invece di “ricevere” hai “trasmesso”.»
«E questo sarebbe il risultato?»
«Dimmelo tu, Mr. Faccioesploderelatestadellagente. Comunque direi che a questo punto la cosa migliore è andarcene via.»
Senza dire una parola faccio per uscire dal negozio, quando la mocciosa mi ferma. «Ehi, dove pensi di andare ridotto in quella maniera?»
Solo in quel momento mi ricordo di essere ricoperto di sangue e pezzetti di Jamal.
La mocciosa mi lancia un pacchetto di fazzoletti di carta preso da un espositore sul bancone. «Che ne dici di prendere la scorciatoia? Ma solo dopo esserti lavato per bene almeno le mani, intesi?»

つづく

PS: Si conclude qui la trascrizione della prima sessione di gioco. Spero entro la fine dell’anno di trovare l’occasione per rivedermi con S e L e concludere la partita, così da poter provare anche l’end game, le cui regole dovrebbero differire leggermente da quelle dei turni iniziali. Rimando ad allora qualsiasi commento finale sul gioco.

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2 thoughts on “Psy*Run #3 (ovvero di beach boys e teste che esplodono)

  1. aspetto il tuo commento finale perchè sono molto interessato a Psi Run. ho la versione inglese e alla prima lettura sembra molto carino ma non so se può essere adatto a giocatori alle prime armi.

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  2. Pensa che invece a me ha dato l’impressione di essere un gioco narrativo rivolto soprattutto ai principianti, a patto ovviamente di avere nel gruppo una persona avvezza al ruolo di Master. Rispetto a giochi come ad esempio Fiasco, Psi*Run ha infatti una struttura molto più guidata, visto che il tema di fondo è sempre e comunque la fuga da un gruppo di misteriosi inseguitori e il recupero della memoria.

    Comunque a capodonno è prevista la sessione finale, quindi a Gennaio pubblicherò gli “episodi” conclusivi.

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