The Day of the Doctor (ovvero di wibbly wobbly timey wimey)

The-Day-of-the-Doctor-coverThe Power of Three recita il titolo di una delle puntate del “nuovo” Doctor Who, una delle poche veramente valide all’interno di una stagione, l’ultima, non certo memorabile a giudizio del sottoscritto. E anche se il “3” ritorna prepotentemente nello speciale per i cinquant’anni della serie, qui voglio parlare soprattutto del potere del numero “2”.

The-Day-of-the-Doctor-1

Due sono innanzitutto i tipi di persone che non ho mai sopportato: da una parte quelli che difendono un’opera basandosi esclusivamente sul suo successo commerciale, dall’altra quelli che, al contrario, con fare snob reputano di scarso valore tutto ciò che gode dell’apprezzamento di un vasto pubblico. Due filosofie di pensiero boiate che risultano oltremodo inconsistenti parlando di una serie come Doctor Who. Perché mai come in questo caso a una incredibile longevità non corrisponde un’altrettanto duratura omogeneità. Temi, interpreti principali e secondari, strutture narrative verticali e orizzontali, stili narrativi a seconda dello sceneggiatore o dello show runner di turno… Se Doctor Who ha sempre avuto una parola chiave nel suo DNA, tale parola è “cambiamento”, anche a costo di andare contro le simpatie dei fan.

The-Day-of-the-Doctor-2

Questo per dire che se mi si chiedesse, in termini molto netti e semplicistici (anzi, dualistici), se Doctor Who è una serie bella o brutta, non saprei cosa rispondere. Doctor Who, infatti, ancor prima di un serial è un concetto: la quintessenza di cosa significa, da cinquant’anni, fare televisione con in primo piano sempre lo spettatore e la sua intelligenza, oltre all’arguzia di sapere quando scendere a compromessi in onore del buon vecchio fan service, e quando invece avere il coraggio di scrivere tra le righe rimandi e incroci comprensibili solo da una ristrettissima porzione di seguaci. Tutti ottimi propositi, non per questo però sempre rispettati.

The-Day-of-the-Doctor-3
Perché se da un lato Doctor Who è una serie che stagione dopo stagione mi ha divertito e che continua a divertirmi, allo stesso tempo sono il primo ad ammettere che negli anni sono andati in onda anche episodi che definire pessimi sarebbe fare loro un complimento: Fear Her, The Lazarus Experiment, Night Terrors, The Doctor’s Wife, The Doctor’s Daughter1… Ma anche questo in fondo è il bello di Doctor Who: l’essere uno show che, nel bene o nel male, è (quasi) sempre capace di sorprendere lo spettatore rimescolando le carte in tavola, anche quando a scrivere gli episodi “minori” c’è gente che farebbe meglio a continuare a fare il proprio lavoro, anziché fingersi sceneggiatori televisivi navigati (sì, Gaiman, mi riferisco a te). Una vera fortuna che i punti nodali della trama siano stati scritti soprattutto da due veri professionisti del settore.

The-Day-of-the-Doctor-4
Negli anni si è creata una sorta di lotta intestina tra i whovian, con da una parte dello schieramento i difensori di Sir Russell T. Davies e dall’altra i protettori di Sir Steven Moffat. Da parte mia posso dire di amarli entrambi in maniera diversa. Diversa e virile, s’intende2.

The-Day-of-the-Doctor-5

Di Davies ho sempre apprezzato la capacità di gestire i tempi dilatati, la precisione con cui le sue stagioni si sviluppavano seguendo archi narrativi ben delineati. In tal senso, penso lo si possa considerare il miglior showrunner che si potesse sperare di avere per ridare vita, pardon rigenerare una serie considerata morta. Tuttavia Davies mi ha sempre dato l’impressione, soprattutto all’inizio, di essere una sorta di padre-padrone. Quasi l’intera prima stagione porta infatti la sua firma, e anche nei tre anni successivi il numero di episodi da lui sceneggiati risulta di gran lunga superiore alla media di Moffat. Non che ciò sia un male considerando la bontà di buona parte del lavoro di Davies, ma rivedendo in tempi recenti le prime stagioni ho avuto come la sensazione che tale uniformità stilistica facesse un po’ a cazzotti con quel perenne senso di cambiamento a cui accennavo prima.

The-Day-of-the-Doctor-6

Se Davies rappresenta l’ordine, Moffat è invece il genio estroverso, l’uomo che di punto in bianco decide di stravolgere le regole, che ti fa incazzare come una biscia per l’affronto e che poi ti prende per mano, ti fa sedere e ti spiega come in verità lui quella regola lì non l’ha affatto stravolta, ma solo aggirata. Una delle cose che più mi fa sorridere quando sento parlare di Moffat è proprio come spesso lo si accusi di tutto e il contrario di tutto. Sono certo che se ci si mettesse a cercare bene su Internet, su qualche sperduto forum troveremmo qualcuno che lo accusa persino degli attentati dell’11 Settembre.

The-Day-of-the-Doctor-7

Intendiamoci: il sottoscritto è di parte. Non solo infatti reputo Moffat uno sceneggiatore dal grandissimo talento, ma addirittura uno tra i migliori sceneggiatori televisivi viventi. E ci tengo a sottolineare questa parola: televisivo. Moffat possiede infatti la rara capacità di concentrare in soli cinquanta minuti un tale numero trovate che altri sceneggiatori sfrutterebbero per almeno quattro o cinque serie diverse. Perché c’è una sottile differenza tra uno sceneggiatore comune e uno sceneggiatore geniale. Lo sceneggiatore comune pensa: “Hey, perché non scrivere la storia di un gruppo di ragazzi che vanno indietro nel tempo per uccidere Hitler?” Lo sceneggiatore geniale, invece, pensa: “Hey, perché non scrivere la storia di un gruppo di ragazzi che vanno indietro nel tempo per uccidere Hitler e che scoprono l’esistenza di un esercito di vendicatori miniaturizzati viaggiatori del tempo che vivono in un robot mutaforma e che intendono anch’essi uccidere Hitler?” Poi, sopra questi due, c’è Steven Moffat, che non solo parla di un gruppo di ragazzi che vanno indietro nel tempo per uccidere Hitler e che scoprono l’esistenza di un esercito di vendicatori miniaturizzati viaggiatori del tempo che vivono in un robot mutaforma e che intendono anch’essi uccidere Hitler, ma ci aggiunge omicidi, resurrezioni, cerchi nel grano, “romantici” incontri tra Signori del Tempo a base di pistole, banane e veleni, e, non soddisfatto, riesce di dare un senso a tutto questo. E quello appena descritto non è lo special per i cinquant’anni della serie ma “soltanto” uno degli episodi meno riusciti nella carriera di Moffat.

The-Day-of-the-Doctor-8
Con tali premesse e la bellezza di 75 minuti a disposizione, quasi tutti speravano (o temevano, a seconda dei punti di vista) in un’orgia di trovate assurde, paradossi temporali e personaggi storici in The Day of the Doctor. E invece no. Al contrario, Moffat ha dato vita a quello che forse è il suo episodio più “tranquillo” di sempre, un episodio sì denso, ma soprattutto di dialoghi, anziché di trovate fantastiche. Non solo: in una puntata che, visti gli eventi narrati, avrebbe dovuto vedere il Dottore contrapposto ai suoi nemici storici per antonomasia, i Dalek, Moffat decide di lasciarli in disparte per far posto invece a una razza aliena così secondaria da essere apparsa per la prima e ultima volta nel 19753. Stesso discorso per personaggi storici come il Capitano Jack Harkness o, ancor più, River Song, pure loro del tutto assenti. Unica eccezione in onore del fan service quella cagna maledetta di Rose (cagna come riferimento al suo alter ego Lupo Cattivo, s’intende, mica per il fatto che le capacità recitative di Billie Piper sono pari a quelle di una ciabatta). Insomma, a prima vista Moffat sembra aver voluto fare l’esatto opposto di quanto i fan si aspettavano (e volevano). Tuttavia, non dicevamo prima che Doctor Who è prima di ogni altra cosa “cambiamento”? E quale modo migliore di celebrare tale concetto, se non scrivere un episodio in buona parte contrario a tutto ciò che il pubblico si aspettava?

The-Day-of-the-Doctor-9

Un anno fa, in riferimento al finale della sesta stagione, definii Steven Moffat il vero Signore del Tempo. E qual è la prima regola del Dottore? Il Dottore mente. E lo stesso ha fatto Moffat. Ci era stato detto che avremmo avuto a che fare con “soltanto” tre Dottori (anzi, due prima che venisse rivelato il personaggio di John Hurt), e invece eccoli tutti e tredici insieme. Ci era stato detto che Peter Capaldi avrebbe fatto la sua prima apparizione nei panni di Dodici nello speciale di Natale, e invece ecco i suoi occhi spuntare fuori all’improvviso (ma questo era prevedibile visto lo scherzetto fatto anche con Jenna-Louise Coleman). Ci era stato detto che avremmo visto il ritorno di Rose, e invece non è stato proprio così. Tutte bugie, una dopo l’altra.

Solo su una cosa Moffat non ha mentito: la spiegazione su come si è effettivamente conclusa la Guerra del Tempo e il ruolo del Dottore al suo interno. Era da sette stagioni che questo mistero non trovava risposta, limitandosi a qualche evocazione ogni tanto, giusto per ricordarci della sua esistenza. Ora finalmente conosciamo la soluzione e, per una volta tanto, non è una spiegazione paracula alla Lost. Tutt’altro: Moffat ha avuto il coraggio, o meglio l’abilità, di dar vita a una spiegazione perfettamente coerente con la storia del Dottore, il tutto sfruttando l’ABC dei viaggi del tempo. Sì, è vero, forse il colpo di scena finale era un po’ chiamato, ma resta il fatto che a questo giro un mistero non è stato nascosto da un mistero ancora più grande, e scusate se è poco.

The-Day-of-the-Doctor-10

C’è un ultimo aspetto che vorrei trattare prima di concludere. Come accennato prima, in questi anni Moffat è stato ricoperto di accuse il più delle volte campate in aria. È stato accusato di voler strizzare troppo l’occhio a un pubblico di ragazzine attraverso l’arruolamento di un cast via via sempre più giovane, salvo poi ricoprirlo di nuovi insulti quando, con una mossa a sorpresa, ha annunciato che il dodicesimo Dottore sarebbe stato interpretato dal secondo attore più anziano nella storia della serie (ma solo per una manciata di mesi di differenza). È stato accusato di privilegiare trame sempre più contorte e poco coerenti, salvo poi risolvere uno dei più longevi paradossi temporali della serie in Asylum of the Daleks. Ma soprattutto, è stato più volte accusato di voler americanizzare troppo la serie al solo scopo di renderla più appetibile al mangia-hamburger medio d’oltreoceano. Ed ecco allora che Moffat sforna quello che forse è l’episodio più dannatamente british di sempre. C’è la regina Elisabetta I (anzi, due Elisabette I), Trafalgar Square, la National Gallery, una Triumph… Ma soprattutto c’è una scena. Sì, proprio quella nel finale. Ora, ditemi voi come si fa a non ritenere abbastanza british tre distinti signori e una lady che chiacchierano amabilmente d’arte mentre sorseggiano un tè, il tutto con sullo sfondo non una, non due ma ben tre cabine del telefono inglesi!

The-Day-of-the-Doctor-11

Insomma, se non si fosse capito The Day of the Doctor mi è piaciuto, e pure molto. È vero: non è il miglior episodio di sempre di Doctor Who e tantomeno il migliore mai scritto da Moffat (Blink a mio avviso rimane ancora su un altro livello). Tuttavia The Day of the Doctor, nel suo regalarmi un Moffat che non mi aspettavo, quasi irriconoscibile in quei lunghi dialoghi e nel ritmo rilassato (rilassato per i suoi standard, s’intende), è stato capace di sorprendermi. The Day of the Doctor non è un episodio che semplicemente celebra un cammino, non è un punto di arrivo, ma, anzi, un punto di partenza che pone nuove basi su cui costruire la serie negli anni a venire. Per sette stagioni siamo stati convinti di avere almeno una certezza nella storia del Dottore. Ci sbagliavamo, e di tanto. E a questo punto è giusto porsi una domanda: e se anche l’altra certezza, quel Trenzalore intravisto nel finale della settima stagione, si rivelasse alla fine qualcosa di completamente diverso e inaspettato? Chi lo sa… Anzi, who knows?

The-Day-of-the-Doctor-12

Beh, forse solo Who knows.

Lunga vita al Dottore e altri cinquanta di questi anni.

The-Day-of-the-Doctor-13



1 Nota per gli sceneggiatori: mai, mai, MAI intitolare un altro episodio con il rimando a un parente. [↑]


2 No, questa è una bugia: in verità Moffat lo amo un po’ di più. Sempre in maniera virile, però. [↑]


3 E non venite a fare i saputelli dicendo che in verità gli Zygon sono presenti anche in The Power of Three, visto che in quella puntata non li si vede mai nel loro vero aspetto. E sì, lo so che sono nominati anche in The Pandorica Opens, ma pure lì non li si vede mai. [↑]

Annunci

Lascia un commento:

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...