Papers, please (ovvero di dogane, passaporti e rivoluzioni)

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4 Novembre 1982

Lo ammetto: quando ieri ho visto la lettera col sigillo del Ministero dell’Immigrazione1, di ritorno dall’ufficio di collocamento, ero terrorizzato all’idea di leggerne il contenuto. Katja è per metà Kolechiana da parte di padre e avevo paura che ci fossero problemi con i suoi documenti. Da quando la guerra è finita e il nostro amato governo ha annunciato la riapertura dei confini nazionali, ho sentito dire che i controlli sui passaporti sono aumentati. A quanto pare ci sono un sacco di stranieri disposti a pagare somme da capogiro pur di salire sul carro dei vincitori.
Alla fine mi ci sono voluti quasi venti minuti e quattro vodke per decidermi ad aprirla, e quanto l’ho letta non volevo credere ai miei occhi: il mio nome era stato estratto durante l’ultima lotteria per l’assegnazione di un posto da ispettore doganale! Quando due ore più tardi Katja e il piccolo Nikolaj sono tornati a casa, lei per poco non sveniva. Di certo ha pianto. Non la smetteva più, tanto che ho dovuto riempire un bicchiere di vodka pure per lei.
Dopo cena ci siamo distesi a letto e abbiamo riletto il foglio più e più volte. Abbiamo anche fatto l’amore. È stato bello dopo tutto questo tempo.
Gloria ad Arstotzka!

23 Novembre 1982

Il mio primo giorno di lavoro è infine arrivato.
Per fare bella figura ho deciso di uscire sul presto da casa, ma nonostante ciò quando sono arrivato il mio ispettore capo mi stava già aspettando. Il suo nome è Vasiliy, un tipo a posto, sulla quarantina, forse solo un po’ freddo, ecco. È stato lui a mostrarmi la cabina a cui sono stato assegnato e a spiegarmi cosa fare. Devo ammettere che è un po’ più piccola di quello che mi aspettavo, ma molto ben organizzata. C’è il vano dove ritirare le comunicazioni quotidiane del Ministero, quello con il regolamento interno, i vari timbri governativi, e poi tutta una serie d’indicatori per stabilire il peso e l’altezza di chi mi sta di fronte, assieme a tante altri pulsanti di cui però ignoro ancora le funzioni.
In sé il lavoro è semplice: si tratta di controllare i passaporti di chiunque voglia entrare ad Arstotzka, stando attento che tutti i dati siano privi d’incongruenze: date di nascita e di rilascio dei documenti, luoghi d’origine, tempi di permanenza, timbri governativi e così via. Vasiliy mi ha anche spiegato che qui la paga è direttamente proporzionale al numero di pratiche sbrigate, ma ha sottolineato di stare attento a non fare errori, perché lui e i suoi colleghi controllano sempre le registrazioni e dopo il terzo errore mi sarà decurtata parte della paga giornaliera.
Comunque oggi non ne ho fatti di errori. In fondo controllare documenti e fare qualche timbro non è difficile. Forse un po’ noioso, d’accordo, ma basta solo prenderci il ritmo.
Terminato il mio turno, mentre tornavo a casa mi sono fermato un attimo nella drogheria all’incrocio tra la Pushechnaya e la Varsonofyevskiy. Per festeggiare ho comprato una bottiglia di vodka all’arancia e della cioccolata. Katja si è molto arrabbiata all’inizio. Ha cominciato a dire che non devo buttare via i soldi, che ci sono le bollete da pagare, gli affitti arretrati e soprattutto le medicine di Nikolaj. Poi però ha visto il volto di nostro figlio mentre addentava un pezzo di cioccolata e ha sorriso.

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24 Novembre 1982

Questa mattina, quando sono arrivato alla mia cabina, la fila di persone in attesa di passare la dogana era già lunga. Credo che molti di loro abbiano passato la notte davanti al confine pur di non perdere il proprio turno. Fatto sta che fino alla pausa pranzo non c’è stato un attimo di tregua. Da fuori sentivo la gente spingere e litigare per cercare di passare avanti. Ci deve essere stato anche qualche tafferuglio, perché all fine uno dei soldati è dovuto intervenire sparando un colpo in aria per cercare di calmare la situazione.
È stato in quel momento che è avvenuto l’attentato.
Non so esattamente come sia successo – dalla mia postazione non ho una visuale perfetta dell’esterno – ma ad un certo punto un ragazzo, forse approfittando della confusione generale, è riuscito a saltare il muro divisorio, quello che segna il confine tra la nostra adorata Arstotzka e i territori di Kolechia. Subito una delle guardie ha intimato l’alt, ma l’altro non si è fermato. Attraverso i vetri della cabina l’ho visto correre verso il posto di blocco e lanciare qualcosa. Poi una serie di colpi (quattro o cinque, forse anche più) e un’esplosione. Diosanto, è stato orribile. Mi auguro solo che ciò non porti a una nuova guerra…

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25 Novembre 1982

Quando oggi sono arrivato al lavoro ho subito notato che i soldati di guardia erano più che triplicati rispetto ai giorni precedenti. Mentre mi avviavo verso la cabina ho incrociato Vasiliy. Sembrava piuttosto di fretta, ma non ho potuto fare a meno di chiedergli come stava il soldato rimasto ferito. Senza nemmeno guardarmi mi ha risposto di farmi gli affari miei e di andare alla mia postazione.
Il resto della giornata è passato tranquillo, persino troppo se penso che il momento più interessante è stato quando un vecchio mi ha chiesto di passare la dogana senza avere con sé nemmeno un documento…

26 Novembre 1982

Oggi il vecchio si è ripresentato dicendo di aver portato i documenti. Per poco non scoppiavo a ridere quando li ho visti: un normalissimo foglio di quaderno con fototessera di chissà quanti anni addietro attaccata con del nastro adesivo e dati anagrafici scritti a mano, con tanto di logo di Arstotzka colorato con i pennarelli! Devo riconoscere che ci ha ammesso dell’impegno, e quando gli ho ridato i suoi “documenti” non si è nemmeno arrabbiato. Anzi, sembrava persino più divertito di me. Che gente strana gira in questo mondo…

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27 Novembre 1982

Se dicessi a Katja cosa ho fatto oggi, come minimo mi strozzerebbe. E ne avrebbe tutte le ragioni, a voler essere onesti.
Il fatto è questo. Nel tardo pomeriggio si presenta un cittadino di Antegria. Come sempre gli controllo i documenti e dopo averne appurata la validità glieli riconsegno. Ma l’uomo, anziché andarsene, si avvicina al vetro divisorio e mi chiede un favore. Mi dice che subito dopo di lui entrerà una donna, sua moglie. Il problema è che il permesso di soggiorno di lei non è stato rilasciato in tempo, e così l’uomo m’implora di farla passare comunque. Sul momento non so cosa rispondere, e così gli dico soltanto di uscire. Subito dopo arriva la moglie. La donna mi fissa con occhi rassegnati. Occhi verdi, proprio come quelli di Katja. Forse è un segno di Dio, non lo so, ma alla fine decido di lasciarla passare. So di aver corso un grosso rischio, ma so anche che questa notte dormirò con la coscienza a posto.

28 Novembre 1982

Oggi c’è stato un altro attentanto e questa volta è stata tutta colpa mia!
È avvenuto intorno alle 18.00, a pochi minuti dalla fine del turno. Davanti a me si presenta un uomo con passaporto di Kolechia e permesso di soggiorno con timbro di Arlotzka. Il volto è rilassato, tipica aria di chi non ha nulla da nascondere. E infatti i suoi documenti sembrano perfettamente in regola. Sono perfettamente in regola! Come è mio dovere prendo il timbro verde e convalido il tutto. L’uomo mi ringrazia ed esce dalla cabina. Passano pochi secondi e sento una terribile esplosione arrivare dal posto di blocco interno. Vorrei correre a vedere, ma il terrore mi blocca sulla sedia. L’unica cosa che riesco a fare è attivare il sistema di bloccaggio delle porte della cabina.
Quando dieci minuti più tardi Vasiliy bussa sulla finestra rinforzata e riapro le serrature, mi trova in stato catatonico. Allora lui si mette a controllare i registri di giornata, chiedendomi se avevo visto o sentito qualcosa di sospetto. Io gli faccio segno di no. Ma è una menzogna. Un nome continua a rimbalzare nella mia testa: Jorji Costava, il vecchio con i documenti disegnati a mano. Ache oggi si era ripresentato, e anche oggi l’avevo dovuto rimbalzare per via dell’assenza di un permesso di soggiorno valido. La quarta volta in meno di una settimana…
Più ci penso e più mi convinco che quel vecchietto dall’aria sorniona stia in verità nascondendo qualcosa. Ma non posso dirlo a Vasiliy. Rischierei un’accusa di negligenza e con essa il posto di lavoro, se non peggio. No, devo trovare un’altra soluzione, e forse so già cosa fare…

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30 Novembre 1982

Più passanno i giorni, più ho l’impressione che la guerra con Kolechia in verità non sia mai finita…
Questa mattina si è presentato un uomo con il volto nascosto da un cappuccio. Quando gli ho chiesto di toglierselo per poter procedere con l’identificazione, lui mi ha passato un foglio con su scritto “Corman Drex” e se ne è andato. All’inizio ho pensato a uno scherzo, ma poi la sera è arrivato un altro uomo che dice di chiamarsi proprio Corman Drex. Al che – non so nemmeno dirne la ragione – prendo il foglio con il suo nome e glielo porgo, e quello per tutta risposta me ne dà un’altro ancora con su scritte delle lettere e casaccio seguite da quello che sembra il testo di un folle:

Arstotzka è una grande nazione avvelenata dalla corruzione dei suoi leader.
La guerra ha reso il Governo avido e paranoico – anche tu l’hai visto di persona.
Aiutaci a liberare Arstotzka dalle sue catene.

L’ORDINE DELLA STELLA DI EZIC

Faccio per dire qualcosa allo sconosciuto, ma quando alzo la testa lui è già scomparso.
Quando alla fine del turno ho consegnato le registrazioni della giornata a Vasiliy, lui mi ha chiesto se andava tutto bene. “Sì”, gli ho risposto, e subito dopo mi sono avviato verso casa con il foglio di carta nascosto nella tasca interna del giaccone.

1 Dicembre 1982

Finalmente la mia occasione è arrivata! Gli eventi degli ultimi giorni hanno portato una gran confusione nella mia testa, ma ora ho un piano per sbattere in cella Jorji Costava e i suoi complici.
Questa mattina, prima dell’inizio del mio turno, ho avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con Calensk, il capo delle guardie. Sapevo già che il nostro “tutore della legge” era un tipo sempre ben disposto ad arrotondare lo stipendio, ma essendo io l’ultimo arrivato non c’era mai stata occasione di parlarci in privato. Ma quest’oggi è stato lui a presentarsi a me e a propormi un affare. In pratica ogni due immigrati arrestati Calensk mi girerà cinque crediti. L’importante è che i tizi in questione tentino di attraversa la dogana in maniera illegale, altrimenti qualcuno nei piani alti potrebbe insospettirsi.
Ora non mi resta altro che aspettare…

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3 Dicembre 1982

Come immaginavo, la mia attesa non è durata molto.
Jorji Costava si è infatti ripresentato oggi, salutandomi con il suo solito modo di fare allegro. “Questa volta ho tutti i documenti in regola” mi fa, sventolando passaporto e permesso di lavoro.
“Ne è sicuro, signor Costava?” gli chiedo io, prendendo i fogli in mano. “Perché a me sembra proprio che qui manchi una firma.”
“Ma che dice, che nemmeno li ha controllati? Non manca nessuna firma, ne sono più che certo!”
“Oh, io invece dico proprio di sì. Desolato, signor Costava.”
Sul mio volto è stampato un sorriso di vittoria mentre schiaccio il tasto delle emergenze, blindando il signor Costava all’interno della cabina. Le guardie accorrono subito. Il vecchio non la smette di urlare e invermi contro. Ma io nemmeno lo ascolto. “Il suo gioco è finito, signor Costava, e lei ha appena perso” mi limito a dirgli.
Più tardi mi sono trovato con Calensk per ricevere la parte dovuta, ma quando l’ho raggiunto il suo volto era nero dalla rabbia.
“Pensavo di essere stato chiaro.”
“A che ti rifersci?”
“Mi riferisco al fatto di far arrestare soltanto gente con i documenti non in regola, pezzo d’imbecille.”
Faccio per rispondergli, ma da dietro qualcuno mi blocca le braccia, impedendomi ogni movimento.
“Chissà se così te ne ricorderai la prossima volta…”
Il pugno di Calensk mi colpisce alla pancia così veloce che nemeno lo vedo arrivare, e lo stesso vale per tutti quelli che seguono, fino a che non vengo liberato dalla presa e mi accascio sull’asfalto.
“La prossima volta vedi di stare più attento o non sarò altrettanto gentile” fa Calensk, lanciandomi addosso un passaporto con dentro un foglio di carta. Poi, finalmente, se ne va.
Ancora piegato in due dal dolore, prendo in mano i documenti. Sono quelli di Jorji Costava. Li apro e un brivido mi attraversa la schiena mentre poco alla volta mi rendo conto che sono perfettamente regolari.

4 Dicembre 1982

Calensk aveva ragione.
Il mio errore di ieri deve aver attirato l’attenzione di qualcuno ai piani alti, perché questa mattina, poco prima dell’inizio del turno, si è presentato a me un ispettore del Ministero, tale signor Vonel. Se l’avessi incontrato al bar e per strada, non gli avrei dato nemmeno mezzo centesimo, con quei suoi grossi occhiali rotondi e i baffi da topo, ma vestito con l’uniforme nera degli alti gerarchi governativi incute il suo bel timore.
Temevo che mi chiedesse in merito a Jorji Costava, ma alla fine si è limitato a lasciarmi un biglietto con il numero di telefono del suo ufficio dicendo d’informarlo immediatamente qualora notassi qualcosa o qualcuno di sospetto.
Per tutto il resto della giornata non ho fatto altro che pensare alle parole del signor Vonel. Mi chiedevo se la cosa migliore da fare non fosse consegnargli il foglio cifrato ancora nascosto nei miei abiti. O forse era meglio farglielo avere in forma anonima, giusto per non rischiare di essere accusato di collaborazionismo con il nemico…
Non sapevo davvero cosa fare, quando, poco prima dell’orario di chiusura, è arrivato un altro degli agenti della stella di Ezic. Da sotto l’impermeabile ha tirato fuori una busta e me l’ha passata. Quando l’ho aperta non ci potevo credere: dentro ci dovevano essere non meno di 2000 crediti!
L’uomo a quel punto si è avvicinato al vetro divisorio. “Tra due giorni si presenterà qui una donna. Il suo nome è Stepheni Graire. Sai cosa fare.” E detto ciò se n’è andato.

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6 Dicembre 1982

Queste potrebbero essere le ultime righe che scrivo. Ho passato le ultime due notti a pensare sul da farsi. Katja non sa nulla. Penso sia meglio così. Non voglio coinvolgerla più di quanto non lo sia essere la moglie di un traditore della patria.
Patria…
Nelle ultime settimane la mia concezione di cosa sia davvero una patria ha subito parecchi colpi. Può Arstotzka essere considerata davvero tale? Una nazione corrotta, dove le uniche leggi imperanti sono “ubbidisci al padrone” e “schiaccia chiunque sia sotto di te”? No, Arstotzka non è più la mia patria.
Ecco perché oggi non mi sono fatto troppi scrupoli a far passare Stepheni Graire quando si è presentata alla mia cabina. Che vadano al diavolo Vasiliy, Calensk e anche il signor Vonel! Ormai ho fatto la mia scelta, anche se ciò mi dovesse portare di fronte a un plotone d’esecuzione.
Questa sera, mentre tornavo a casa, un ragazzino, uno dei tanti orfani che vivono alla giornata per le vie di Grestin Est, ha cominciato a girarmi attorno nel persistente tentativo di vendermi una copia del giornale della mattina, probabilmente recuperato da un bidone della spazzatura a giudicare da quanto era sporco. Alla fine per levarmelo dai piedi gliel’ho comprato. Sulla prima pagina il titolo era “Un paradiso sicuro per i criminali – Arstotzka guadagna un’equivoca reputazione”. Ho sorriso a leggerlo, e mentre il ragazzino non la smetteva di ringraziarmi io mi sono allontanato e l’ho salutato con un gesto della mano.
Gloria ad Arstotzka.

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Quella che avete appena letto è la trascrizione, a grandi linee, di una parte della mia prima partita con Paper’s, please, avvenuta ad Agosto di quest’anno. Una partita a cui ne sono seguite molte altre, e questo per il semplice fatto che tutte le scelte morali sopra descritte portano alla bellezza di venti possibili finali e… beh, purtroppo sono un malato dei finali alternativi io. Tuttavia il pregio maggiore di questo gioco non sono certo la complessità della sceneggiatura o la caratterizzazione dei personaggi (pur di altissimo livello), né tantomeno le meccaniche, volutamente ripetitive fino all’ossesso al fine di creare un senso di straniamento nei confronti del regime burocratico di Arstotzka. No, il cuore di Papers, please risiede nel giocatore stesso.

Se cercate su Wikipedia o su un qualsiasi sito di videogiochi, troverete Papers, please catalogato quale “puzzle game”. E per certi versi lo è, trattandosi di una versione riveduta e corretta di “Trova le Differenze”. Ciononostate a mio avviso la categoria che meglio descrive il gioiellino realizzato da Lucas Pope è quella dei giochi di ruolo. Dopotutto è proprio quello che Papers, please vi chiede di fare: interpretare un ruolo. Meglio essere un inspettore doganale fedele alla propria nazione oppure un collaborazionista dei ribelli? Un lavoratore ligio al dovere oppure un mentecatto facilmente corruttibile? Ed è giusto far passare quel mercante di prostitute solo perché ha tutti i documenti in regola o è più moralmente accettabile farlo arrestare, pur sapendo che ciò significherà un taglio a quello stipendio così importante per la vostra famiglia?

Vero: situazioni del genere si possono trovare anche in molti altri giochi di ruolo propriamente detti (chi ha detto The Witcher?), ma con una sottile differenza. Nei giochi di ruolo tradizionali abbiamo tutto il tempo che vogliamo per fare la nostra scelta, basta meditare qualche minuto in più su cosa cliccare nel dialogo a scelta multipla di turno. Così non è in Papers, please. Ogni livello dura infatti pochi minuti e ogni secondo perso è una pratica sbrigata in meno, ergo meno soldi per sé. Ciò porta, nella concitazione, ad agire d’istinto e non più per interpretazione (questo almeno alla prima partita, quando ancora non sai cosa ti aspetta dietro ogni angolo). Sì, ok, c’è sempre la possibilità di mettere il gioco in pausa e decidere con tutta calma quale scelta fare, ma sappiate che in quel caso sareste delle brutte persone.

Ecco quindi il vero segreto di Papers, please, quel quid che da semplice indie game lo eleva al rango di vero capolavoro: la sua capacità di rivelare molti aspetti oscuri nell’animo del giocatore, il suo scavare in profondità fino a portare a galla gl’istinti più meschini. Perché quando ho deciso di far arrestare Jorji Costava non l’ho fatto solo perché stavo interpretanto il ruolo di un controllore fedele alla sua nazione, ma perché mi sentivo davvero tradito da quel simpatico vecchietto. E lo stesso vale quando ho deciso di collaborare con i ribelli, per poi tradirli più avanti quando la situazione ha cominciato a precipitare e le pressioni dell’ispettore Vonel si sono fatte sempre più pesanti. E la cosa eccezionale è che tutto ciò avviene attraverso una sola schermata di gioco e dei semplicissimi dialoghi, a ulteriore prova del valore dell’impianto narrativo di Papers, please.

Insomma, il consiglio è semplice: provatelo, anche se l’idea di dover passare alcune ore a scartabellare passaporti e permessi di lavoro vi fa venire il latte alle ginocchia, consci però che il rischio non è tanto che sia il gioco a non piacervi, ma che siate proprio voi a non piacere a voi stessi alla fine della partita.



1 Sì, lo so che “Ministero dell’Immigrazione” non è la traduzione corretta di “Ministry of Admission”, ma “Ministero dell’Ammissione” o “Ministero dell’Ingresso” suonavano veramente male. [↑]

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